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La moda sostenibile: verso una natura indossabile.

La sostenibilità che nella moda veniva comunicata negli anni precedenti con una formula unidirezionale volta all’informazione promozionale delle buone pratiche adottate dal brand, oggi diventa tema centrale con una comunicazione del tutto inedita, che mira a coinvolgere la sua audience verso l’impegno responsabile. Molti gli esempi che si susseguono, contaminandosi a vicenda, creando un’unica tendenza e instillando man mano un contenuto evocativo ed esperienziale. Così i brand più virtuosi attuano nuove strategie che rendono l’argomento ampiamente condiviso a una moltitudine di follower, spettatori, clienti.

La recente sfilata di Loewe @loewe, collezione uomo P/E 2023 presentata dal suo direttore creativo Jonathan Anderson alla Paris Fashion Week, ha fagocitato lo spettatore in una esperienza emotiva surreale, con elementi ispirati alla biomimetica, mettendo in scena l’archetipo di un guardaroba organico fatto di materia viva, quali cappotti e sneakers in cui le piante crescono grazie allo straordinario studio effettuato dalla designer spagnola Paula Ulargui Escalona, su IG come ulargui_escalona. A ciò si uniscono elementi tecnologici e silhouettes essenziali quasi a voler raccontare il nomade digitale, in cammino verso paesaggi incontaminati e al contempo costantemente connesso con il mondo.

Concettuali sono anche i gioielli contemporanei della linea Secret Garden di Eleonora Ghilardi @eg_eleonoraghilardi: sculture in porcellana in cui si annidano licheni stabilizzati che invitano a interagire, a prendersene cura con nebulizzazioni periodiche. Un giardino selvatico racchiuso in un pendente, un microcosmo vivo che sottolinea il legame dell’uomo con il suo habitat.

Altra espressione artistica di tale tendenza si palesa nella fotografia performativa di Maria Luneva @supinatra, con opere visionarie in cui gli elementi della natura vengono ricontestualizzati diventando make-up, abito, corpo. Nelle sue opere visive il confine tra moda e natura svanisce, tutto diventa possibile: la scarpa è sorretta da una rosa che si fa tacco, il polso di una felpa è in petali di campanule, foglie tropicali diventano maschere e occhiali da indossare.

Sono questi solo alcuni esempi che dimostrano come l’argomento sostenibilità stia diventando oggi contenuto oltre che contenitore, messaggio oltre che prodotto, cultura oltre che claim. Sono ancora molti i nodi da sciogliere, l’inquinamento prodotto da molte aziende della moda nel mondo ha numeri vertiginosi, seppur report ufficiali provano che si stia lavorando a nuove pratiche di contenimento, ma intanto fa ben sperare l’approccio di altrettante aziende che intendono trasmettere un messaggio chiaro e fortemente attrattivo per coinvolgere attivamente milioni di interlocutori.

È così forse che può venirsi a creare una nuova tendenza culturale, ampiamente diffusa, volta a ristabilire il naturale ordine delle cose, un concetto antropologico che riaccende i sensi anestetizzati dalle estensioni tecnologiche in cui a volte ci illudiamo di vivere e che ci riporta con i piedi per terra, ad avvertire quei granelli crocchiare sulla pianta del piede, ad annusare l’odore dei campi bagnati dalla pioggia, a sentirci parte di questo mondo.

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HAUTE COUTURE: Una frivola necessità

Pandemie, guerre, crisi economiche e disastri; l’alta moda sembra fuori luogo in questo coro di orrori che ci accompagnano quotidianamente. L’Haute Couture, letteralmente alta sartoria, ha da poco sfilato tra Parigi e Roma, mettendo in mostra ciò che di meglio possano offrire “les petites mains” o sart* che lavorano agli abiti. Colori brillanti e stoffe preziose, gioielli di una maestria finissima e vestiti da gran sera; tutto questo è sfilato in passerella, ma senza capirne il perché può sembrare una futile esposizione di ricchezza.

Prendiamo come esempio la sfilata f/w 22-23 di Valentino. La maison ha sfilato a Roma in piazza Spagna e ha portato ad un pubblico adorante ben 102 uscite, partendo da un mini abito fiorito di rose rosse per finire con un abito di un nero leggerissimo e luminoso. Pierpaolo Piccioli non si ferma qui perché puntualmente alla fine dello show ci presenta le sue sarte e sarti rendendoli protagonisti. Per Valentino è questo il senso dell’Haute Couture, celebrare la capacità tutta umana di creare bellezza e condividerla con il resto del mondo.

Daniel Roseberry per Schiaparelli ha un’altra idea. La sua collezione, fortemente legata all’heritage lasciato dalla fondatrice ma con uno sguardo all’innovazione e alla modernità, ci presenta abiti che sono vere e proprie opere d’arte. Riprendendo Cocteau e Dalì non solo riporta la mente dello spettatore alla grandezza della maison ai suoi albori, ma ci ricorda il ruolo di guida e di ispirazione che la vera moda deve avere. Certo forse non sono abiti che noi comuni mortali ci vediamo ad indossare per fare la spesa o la fila alle poste. Ma la loro impraticabilità, la loro impossibilità di esistere in un mondo reale, ce li fa amare e desiderare ancora di più. La loro dimensione fantastica ci fa sognare luoghi lontani e storie epiche.

E infine troviamo l’approccio del Re Giorgio. Non ha mai fatto mistero del suo amore per l’eleganza, per la semplicità dei design, mai banali o scontati. Armani ha come obiettivo quello di vestire ogni donna e si propone di farlo anche nell’Haute Couture. I colori sono i suoi preferiti; tra blu, nero, grigio e rosa pastello, le modelle ci raccontano di una donna raffinata, forse facoltosa, ma reale e viva. Una donna che lavora e respira come noi spettatori. Gli abiti sono inseriti in un’immaginaria quotidianità a cui tutti noi crediamo. La magia di Re Giorgio è l’esaltazione del minimo, la creazione di vite lontane ma così reali che ogni capo, dalla giacca al pantalone, parla.

Tre maison, tre visioni, tre modi di vivere l’Haute Couture. Ogni sfilata ha voluto esprimere una sfaccettatura diversa dell’alta moda; l’artigianalità,  il legame con l’arte e la funzionalità nella bellezza. In questi nostri tempi, per lo più cupi e spenti, la Moda ci da occasione di sognare, di ripensare alle nostre capacità e aspirazioni, di andare oltre la nostra condizione attuale e immaginarci altrove, liberi e bellissimi.

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Due sfilate, una terra: Dolce&Gabbana scelgono la Sicilia

SIRACUSA, ITALY – Dolce & Gabbana haute couture fall/winter 22/23 (Photo by Ernesto Ruscio/Getty Images)

Una passerella creata per l’occasione, un ponte tra la Sicilia e l’alta moda, uno sfondo da perdifiato e abiti emozionanti in scena. Così la collezione di Dolce&Gabbana, alta sartoria donna e uomo, prende forma prima ad Ortigia, gioiello siracusano e successivamente nel borgo di Marzamemi, nel cuore della Sicilia sud orientale, culla dei due stilisti che hanno voluto coronare i 10 anni di haute couture così, dalle radici.

Si riparte da una sfilata all’aperto o per meglio dire da un cinema all’aperto, con ospiti di grande risalto, tra i più attesi Sharon Stone, Drew Barrymore, Monica Bellucci, Mariah Carey, Christian Bale e altri. Per l’occasione ad Ortigia è stata pensata una performance rituale tra balli e adorazione religiosa di Santa Lucia, patrona della città, sorretta dai così detti “devoti”, a cui è stato dedicato uno degli abiti in scena. Un’ apertura delle “danze” che voleva essere il modo per affermare il legame dei due stilisti con i simboli religiosi che ancora una volta ritroviamo in primo piano sugli abiti. Una passerella romantica davanti al Duomo della bella Ortigia, lunga più di 100m su cui le modelle andavano adagio mostrando gli abiti di questa collezione fall/winter 22-23.

Ancora una volta l’alta moda sceglie di parlare anche attraverso il luogo, monumenti e cattedrali, giardini e ville, una moda in piazza, fuori dalle quattro mura, verso una nuova visione di fruizione e incentivo nel vivere eventi di tale portata. Il fenomeno ormai è in auge dopo le strette pandemiche, per vivere il più possibile le bellezze che ci circondano, così questa è stata l’occasione per l’isola di Ortigia e i suoi cittadini di vivere un’esperienza unica, sperando sia solo l’inizio.

In scena abiti in pizzo nero, con ricami seducenti tipici della donna siciliana. Giacche over barocche, orecchini a forma di croce e icone religiose adornano le modelle; ma non solo il bianco e il nero, colori come l’arancione, il giallo, il rosa, il verde, l’azzurro e il rosso spiccano in maxi abiti come fossero mantelli; ampie maniche arricciate e veli che coprono il capo, elemento distintivo dello stile siciliano; gonne nere a tubino per una classica eleganza, trasparenze impercettibili ma che creano curiosità; un po’ peccatrice e un po’ santa, Dolce e Gabbana giocano con questa faccia della stessa medaglia, riproponendo un modo di essere intramontabile, una donna regina per se stessa. C’è chi fa semplicemente moda, e chi fa moda con arte!

Non da meno è stata la sfilata uomo a Marzamemi, completamente allestita con luci colorate, ribaltando la vista di quello che è un borgo turistico ed elevato a passerella di alta sartoria. La collezione mostra un uomo romantico in vesti morbide ricoperto da gioielli come fosse appena uscito da un baule prezioso.

Da un lato brigante e dall’altro principe, jeans strappati accostati a corazze diamantine, mantelli e completi luminosi in oro e argento. Completi chic, non solo neri ma anche gialli, arancioni e multi color, camicie over morbide e quasi trasparenti ricordano la favola di Aladino nei motivi arabeggianti misti al barocco siciliano.  

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Il landscape italiano tra arte e moda

È giusto prestare il patrimonio italiano al cosiddetto ‘Settore produttivo, culturale e creativo’? Per farla breve: se una casa cinematografica o una maison di moda chiede e ottiene di allestire il set o la sfilata a Piazza di Spagna, al Palazzo Pitti o al chiostro della Cattedrale di Monreale, è lecito autorizzarla? In punta di diritto non solo è lecito, ma sarebbe auspicabile (Ronchey e Franceschini insegnano) perché, fatta salva la tutela del sito oggetto della richiesta, è di tutta evidenza allo storico dei beni culturali quanto importante, sovente addirittura vitale, sia il contributo economico dei privati alla gestione della cosa pubblica.

Palazzo Pitti, Sala Bianca (Firenze)

Certo, fa impressione vedere una modella o il cantante di turno sdraiarsi o camminare sui mosaici della Villa del Casale a Piazza Armerina, ma gli episodi chiamano in causa un problema endemico italiano e della Regione siciliana in particolare: la competenza della classe dirigente, molto spesso improvvisata e ben al di sotto del livello di responsabilità richiesto a un conservatore del patrimonio. Vi è poi il caso increscioso della concessione a terzi del bosco stromboliano che accidentalmente prende fuoco bruciando tutta l’isola, episodio che aggiunge la variante dell’imponderabilità al difficile dialogo tra concessione e gestione che però, è bene precisare, nelle sorti di un quadro, di una statua, di un edificio monumentale, di un intero paesaggio, è un rischio sempre dietro l’angolo.

È questa la ragione per cui le movimentazioni e i trasporti delle opere d’arte sono concesse solo dietro copertura assicurativa all risks, una formula di garanzia che si estende ai fabbricati o complessi di fabbricati dichiarati d’interesse storico artistico, ma che risulterebbe quantomeno laconica se applicata alla concessione d’uso di un bosco, di una montagna, di un litorale ecc., vista la natura non risarcibile del bene ambientale violato. Questo è il doveroso antefatto.

Emilio Pucci, Monreale 1955 (Sicilia)

Ma bisogna introdurre nel contraddittorio un altro importante elemento di discussione che lega indissolubilmente il successo planetario del Made in Italy, la sua vastissima incidenza sulla comunicazione pubblicitaria del territorio italiano e delle sue bellezze, al sodalizio tra i luoghi dell’arte e i vari rami del sopradetto ‘Settore produttivo, culturale e creativo’.

La questione ha grande fascino e affonda le radici nel nazionalismo italiano tra le due guerre, quando si tentava da più parti l’emancipazione dall’egemonia francese che dominava da quattro secoli il mercato estero nel settore della produzione, pubblicità e vendita del prodotto di moda. Egemonia che fino al 1945 comprendeva anche il mercato dell’arte, facendo di Parigi il centro del mondo. La fine della Seconda guerra mondiale mutò radicalmente gli assetti internazionali: nel commercio delle opere d’arte la Ville Lumière cedeva il posto a New York e nell’ambito dell’alta moda si riaffacciava prepotentemente sulla scena l’Italia.

Palazzo Pitti, Sala Bianca 1951

È universalmente noto come il merito della nascita del Made in Italy si debba a Giovanni Battista Giorgini e all’invenzione della Sala bianca a Firenze, uno dei luoghi più eminenti del tardo settecentesco toscano. Tutta la pubblicistica di moda in quegli anni respira l’aria dei monumenti antichi italiani. Emilio Pucci, solo per fare un esempio, firmerà tre collezioni incardinate al patrimonio paesaggistico e monumentale italiano, a Capri (1950), a Monreale (1955), a Siena (1957).

Emilio Pucci, Villa Romana del Casale 1956 (Sicilia) foto di Elsa Haertter

Fotografi come Regina Relang e David Lees gireranno in  lungo e in largo la scena italiana al seguito delle case di moda per le più importanti testate giornalistiche internazionali, contribuendo fattivamente alla fortuna planetaria del Made in Italy. Un successo che trovava nella middle class statunitense il principale interlocutore commerciale e culturale. Si, culturale, perché le nuove élite americane coltivavano un vero e proprio culto classicista nei confronti del Bel Paese, considerandolo, assieme alla Grecia, un riferimento storico e stilistico ideale.  La forza dei reperti archeologici, dei monumenti e dei siti era talmente persuasiva da confermarsi in tutto il mondo, attraverso la fotografia di moda e l’immagine cinematografica (vedi le Vacanze romane del 1953), come pure attraverso i fenomeni di gossip (vedi il matrimonio di Tyron Power e Linda Christian alla Basilica di Santa Francesca Romana in Roma, in pieno complesso monumentale del Foro, nel 1949).

Nei decenni a seguire il rapporto tra il paesaggio, l’arte monumentale e il ‘Settore produttivo, culturale e creativo’ si è fatto sempre più stringente, fino alla costituzione di veri e propri brand territoriali che oggi sono estendibili ad altre importanti frange dell’economia italiana. Basti pensare al saldo rapporto tra il land e alcuni settori enogastronomici come le Langhe, il Chianti, il Brunello, l’Etna ecc.

Malgrado col passare del tempo, agli occhi del consumatore finale stia scolorendo sempre più il valore immateriale dell’opera d’arte e della natura (che nella narrazione pubblicitaria del profumo, dell’abito, dell’accessorio sono diventati poco più che uno sfondo), il loro potenziale massmediale non è venuto meno. Aspettando che ritorni una nuova ondata di classicismo umanistico rinascimentale, è auspicabile, dunque, che la concessione a terzi di un’opera d’arte, di un monumento o di un sito per scopi commerciali continui anche per il futuro, in un rapporto di reciproca convenienza, nel pieno rispetto delle norme di tutela dei beni culturali e ambientali italiani.

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L’arte di Marina Abramovitć e Riccardo Tisci: ancora una volta insieme.

Questo maggio 2022 si è concluso il tour più atteso dal mondo dell’arte performativa e dalla stessa artista principale, Marina Abramovitć, la quale ha portato in scena l’opera “7 deaths di Maria Callas” un mix tra opera lirica e una mostra di moda con i costumi realizzati da Riccardo Tisci, attuale direttore creativo di Burberry.  

Partendo da Monaco e passando per Firenze, l’ultima tappa è stata il Teatro San Carlo di Napoli, così Marina Abramovitć ha finalmente realizzato il sogno di interpretare una delle più grandi personalità artistiche, sia nella lirica che come ideale di donna.

La storia di Maria Callas è una tra le più struggenti come artista, per la sua carriera stroncata nel fior fiore dei suoi anni, e poi come donna per la fine della relazione d’amore più importante della sua vita che la portò ad ammalarsi di quello che conosciamo come “mal d’amore”.

Uno spettacolo in cui l’artista ripercorre per sette volte, il dramma, la morte, la separazione, il dolore di Maria Callas, interpretando sette dei personaggi della letteratura e del teatro che l’hanno resa famosa, dalla Traviata a Tosca, da Otello a Madama Butterfly, passando per Carmen, Lucia di Lammermoor e Norma, il cui comune denominatore è l’amore con le sue imprevedibili sfaccettature.

Il tutto adornato dai costumi teatrali di Tisci, rivisitati in chiave contemporanea, dall’abito oro aderente e luminoso, al completo rosso con giacca/bolero e applicazioni diamantine, e ancora l’abito total white caratterizzato da un velo che ricopre interamente la figura della protagonista, con un ricamo all’altezza del viso come fosse una maschera. Un sodalizio quello tra la Abramovitć e Tisci che non si smentisce mi

Immagini forti, toccanti e suggestive, alcune davvero impressionanti come il momento in cui Marina Abramovitć si dimena mentre un serpente le scivola addosso. In ognuna delle sette performance, Willem Dafoe, attore statunitense pluripremiato e candidato all’Oscar, interpreta in video il carnefice, ovvero Onassis, uomo importante nella vita della Callas, la causa diretta e indiretta della sua morte.

Un passaggio tra un personaggio e l’altro importante e intenso per Marina Abramovitć, con il risultato finale di sette episodi in cui si uniscono la sua performance d’artista, la musica contemporanea, video e voci diverse, facendo rivivere in quel breve spazio fuori dal loro tempo le donne di Maria Callas, immortali nella loro anima.

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DESIGN WEEK: UNA FASHION WEEK 2.0?

Se il titolo di quest’articolo ti confonde, facciamo qualche passo indietro. Da qualche anno a questa parte i più grandi brand e maisons hanno preso interesse nel mercato del mobile e del design, creando complementi d’arredo che sono stati prima testati nei loro alberghi e poi esportati per la vendita in negozi e boutique. Armani, Versace, Loewe, Dior, sono solo alcuni dei prestigiosi nomi che hanno intrapreso questo percorso e che hanno partecipato alla Milan Design Week 2022.

MADìN ha riassunto per voi gli eventi più salienti di questa settimana, partiamo!

PRADA – Per riconfermare ancora una volta il suo stretto legame con l’arte e la cultura, Prada ha proposto tre giornate di conversazioni, le Prada Frames. Illustri personaggi come Amitav Ghosh, Eyal Weizman, Paola Antonelli, Alice Rawsthorn e Valerie Trouet, hanno avuto l’arduo compito di discutere sul, ora più che mai, necessario cambiamento che deve avvenire nell’industria del legno per ridurre i danni all’ecosistema.

LOUIS VUITTON – Torna la collezione Objets Nomades della maison parigina. Quest’anno troviamo tra le novità le sedie “floreali” di Marcel Wanders. Ma di fiori parlano anche i fratelli brasiliani di Estudio Campana che propongono nella loro collezione i pouf Merengue che ricordano boccioli tropicali.

HERMES – La maison prende possesso di uno dei quartieri più trendy di Milano, Brera, dove sono state protagoniste le nuove collezioni di tessile per la casa. Hermès mette così in mostra la qualità del suo artigianato attraverso cachemire, quilt e patchwork a tinte accese.

VIRGIL ABLOH/ALESSI – Alessi festeggia i suoi 100 anni di storia proprio durante la design week con una retrospettiva su i suoi prodotti più celebri. Prima della prematura scomparsa dello stilista, Alessi e Abloh avevano intrapreso una collaborazione volta ad essere l’ingresso del designer nel mondo dei complementi d’arredo. La collezione, chiamata Occasional Objects, consiste per ora in un set di posate, progettato dallo stilista e presentato in un’installazione dai toni surrealisti.

TOILET PAPER – La celebre e irriverente rivista creata da Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari cambia volto a Via Balzaretti. Già nota per aver dipinto la sua sede di un blu acceso e decorata con mani che reggono rossetti, ora dipinge tutta la via, ricoprendo i palazzi adiacenti di fiori, colori e perché no anche trombe! Il progetto, in collaborazione con Organics by Red Bull, non termina però con la fine della Design Week; gli edifici verranno lasciati così indefinitamente, in eredità ai milanesi e ai turisti.

VERSACE – Ultimo ma non meno importante, Versace Home presenta al Palazzo della Permanente la sua nuova collezione per la casa e il giardino. Il fil rouge è ovviamente La Greca, il celebre pattern caratteristico del brand insieme al simbolo della Medusa che riempie cuscini, divani e argenteria.

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“CON AMURI” Editoriale giugno’22

Se ne parla ma non è mai abbastanza. Reduci dal periodo pandemico in cui abbiamo riorganizzato e rigenerato i nostri armadi, siamo entrati nel mondo dell’handmade e ci piace sempre di più con le sue innumerevoli possibilità. Le tecniche sono diverse ma il concetto è uguale: creare la propria personalità!

Un colore, una scritta, un taglio particolare fa si che indossando quel capo ci si senta più forti, sicuri di sé, sostenitori di un’etica personale, paladini di uno stile tutto nostro che nessuno potrà comunicare meglio di noi stessi.
Partner di questo editoriale, in vista dell’estate 2022, è Ric.amuri di Rita Siligato, giovane Fashion Designer amante dell’arte del ricamo.

Il brand nasce in Sicilia, in un paese che guarda dall’alto la costa siciliana, strettamente radicato alle bellezze e tradizioni territoriali, a quelle che sono le pratiche artistiche della grande famiglia siciliana. Il ricamo è una di queste tecniche che più si lega all’handmade, il fatto a mano con “Amuri” e diciamo pure, con tanta pazienza! 

Particolarità principale delle camicie over e t-shirt è il tipo di ricamo floreale, usato per comporre alcune delle parole siciliane più suggestive come “Bedda” e “Amuri” o illustrazioni con silhouette di donna, del tutto personalizzabili. Capi fatti per accompagnare le donne in tutta la loro gioventù d’animo, in questa estate 2022 insieme alle mini bag in juta con dettagli che rimandano ai coralli, alle maioliche e ai fiori siciliani, leggere come una piuma.

Con l’istinto di evolvere e ringiovanire concettualmente una pratica legata ai centrini della nonna o ai tappeti da salottino, il ricamo diventa qualcosa di “fashionable“, un valore aggiunto che porta con sé significati mediterranei, usi e costumi non vanno perduti ma rigenerati e rivalutati con un pizzico di gioventù e creatività, ingredienti che si mescolano benissimo con “amuri”. 

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DIOR IN SEOUL: DOVE L’ALTA MODA INCONTRA IL KPOP

Se il mondo sembra abbracciare sempre più la cultura sud-coreana, le grandi maison non sono da meno. Dopo il successo internazionale di Squid Game e del K-pop, era quasi inevitabile che i grandi marchi, come Gucci, che ha recentemente aperto proprio a Seoul la sua Gucci Osteria, e Dior, spostassero il loro focus su un mercato in rapida espansione. Ed è stato proprio Dior a ospitare la sua Fall 2022 all’interno dell’Ewha Womans University di Seoul, trasformata per l’occasione in una pista da skateboard in piena regola.

La collezione, che era già stata presentata al pubblico nel dicembre 2021 a Parigi, è un inno ad un nuovo tipo di femminilità, forte e grintosa, in cui elementi punk come tartan e pizzi neri si mescolano ad una versione moderna dell’uniforme scolastica. Non mancano le t-shirt con slogan femministi, ormai un trademark di Maria Grazia Chiuri; per questa collezione è stata scelta una citazione di Simone de Beauvoir, “Femininity is a trap.”

All’evento hanno partecipato parecchi esponenti della scena musicale e attoriale sud-coreana come le global ambassadors Jisoo and Sehun, Suzy, Nam Joo-hyuk, e la pattinatrice olimpica Yuna Kim.

Ma la sfilata non è, e non sarà, un unicum all’interno della maison Dior; Pietro Beccari, Chairman e CEO del brand ha fatto sapere che, «Quest’anno, la Maison sta creando nuove importanti connessioni con la Repubblica di Corea». Le sue non sono state parole a vuoto, considerando l’apertura di un nuovissimo pop-up store tutto dedicato alla collezione, presso Seongsu-dong, un quartiere che sta rapidamente diventando uno dei favoriti della Gen Z coreana. Inoltre, dopo lo show, la Ewha Womans University è ufficialmente entrata a far parte del programma Women@Dior. L’università ha infatti scelto sei donne che riceveranno mentoring e tutoring da parte della maison Dior.

Come precedentemente detto, Dior non è l’unico brand occidentale ad avanzare sul territorio Sud-coreano; abbiamo visto Louis Vuitton stringere legami con il gruppo di k-pop BTS, rendendoli loro global ambassadors e creando una pubblicità costante e senza precedenti. Dior, Gucci e Louis Vuitton non saranno gli ultimi brand ad approfittare del momento; staremo a vedere chi farà la prossima mossa.

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La moda e la Giornata della Terra

Oggi 22 Aprile 2022 si celebra la Giornata della Terra o Earth Day che il mondo della moda considera come un’opportunità di riflessione comune sulle responsabilità ed il futuro dell’intero sistema.

Le iniziative di questa giornata sono parte della Fashion Revolution Week che va dal 18 al 24 Aprile, il giorno in cui Fashion Revolution, movimento di attivismo della moda, celebra l’anniversario del disastro del Rana Plaza in Bangladesh, edificio che ospitava un certo numero di fabbriche di abbigliamento, attraverso la campagna di sensibilizzazione #whomademyclothes.

Tema dell’edizione 2022 è Money Fashion Power, un invito a tutte le aziende a guardare al lavoro non indirizzandolo esclusivamente al profitto.

Albini Group, in risposta a questa domanda ha preso parte alla Fashion Revolution mostrando il “dietro le quinte” della loro produzione attraverso la dimostrazione di una catena di lavoro trasparente per scoprire le storie nascoste dietro ai vestiti, cosa significa il prezzo che si paga per la moda ed il potere d’acquisto.

Il concetto di moda sostenibile è così legato a quello della retribuzione equa. Piccole imprese e creativi indipendenti di tutto il mondo stanno già mettendo in atto questi ideali, per attualizzare realmente il vero costo dell’abbigliamento. Un invito a riflettere sul valore reale di cosa stiamo davvero comprando.

Tra i brand ecosostenibili emergenti il caso di Risacca, il brand siciliano che collaborerà alla collezione Proudly re-made in Mediterraneo, con borse ecologiche realizzate grazie al riutilizzo delle reti da pesca abbandonate nel mar Mediterraneo, un progetto di economia circolare che ha la mission di salvaguardare l’ambiente marino, attraverso il recupero e il riciclo delle reti da pesca, per dare nuova vita agli scarti del mare.

L’intero ricavato sarà devoluto al progetto Risacca Lab per la realizzazione di un laboratorio artigianale a Mazara del Vallo (TP) pensato come una sartoria sociale in cui artigiani e operatori locali cureranno ogni fase di rigenerazione del prodotto.

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ROBERT WUN. Couturier del plissé

Il plissé riprende vita! Come accadde negli anni di Roberto Capucci, artista e architetto del tessuto che ha plasmato a suo piacimento oltre ogni possibilità il tessuto, così anche Robert Wun lavora con la tecnica del plissé, creando forme dinamiche e morbide ma non pigre, come lui stesso ha affermato, che accompagnano la forma fisica e la esaltano ad una visione futurista e visionaria.

Fashion Designer concettuale, fonda il suo marchio a Londra proponendo uno stile di donna dalla femminilità scultorea.

Laureato al London College of Fashion nel 2012, lancia la sua etichetta già dopo due anni. Come Capucci, anche Wun si lascia ispirare dalla natura proponendo un’estetica moderna e raffinata.

La collezione di cui sopra le immagini è stata esposta in un ambiente del tutto diverso dalle passerelle veloci. In mostra allo SCAD FASH Museum of Fashion + Film ad Atlanta, “Robert Wun: Between Reality and Fantasy”.