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Junk: Armadi Pieni. Nascondere il marcio sotto la sabbia

A volte, solo un secondo. Sapeva che sarebbe stato sufficiente aprire gli occhi per tornare alla sbiadita realtà senza fantasia degli adulti. Guardate al senso; le sillabe si guarderanno da sé. “Che strana sensazione!” disse Alice

Lewis carroll, “Alice nel paese delle meraviglie

Cosa succederebbe se tutti aprissimo gli occhi? Se tutti “guardassimo al senso”? Queste sono le domande a cui “Junk: Armadi pieni” docu-serie firmata Sky e co- prodotta da Will Media, che documenta l’impatto ambientale e sociale del fast fashion, cerca di dare risposta.

Lo scopo del documentario è far luce quello che è a tutti gli effetti il lato oscuro della moda, che non produce solo bellezza estetica e personali forme di espressione ma anche orrore e miseria, e la trama della serie, costituita da un viaggio diviso in sei puntate, ne esplora diversi aspetti.

I primi due episodi, ambientati rispettivamente in Cile e in Ghana affrontano il tema dello scarto, mostrando deserti sotto i quali la sabbia si celano tonnellate e tonnellate di vestiti usati ricordandoci ancora una volta come sotto bellissime superfici si possano celare orribili verità.

La terza puntata, ambientata in Indonesia, documenta invece l’impatto ambientale della produzione di fibre artificiali, che a poco a poco sta annientando tutta quella che è la ricchezza biologica del paese.

In Bangladesh, dove è ambientata la quarta puntata, invece si compie una riflessione sul crollo dello stabilimento tessile di Rana Plaza, incidente che portò alla morte di oltre 1000 persone, compiendo anche una riflessione sul tema della sicurezza sul lavoro (ancora oggi tema molto discusso) mentre in India, quinta puntata, si documenta come le richieste sempre più alte di produzione da parte dell’occidente abbiano irrimediabilmente portato al quasi collasso dell’industria del cotone del paese. Entrambi gli episodi offrono inoltre importanti spunti di riflessioni sull’influenza del capitalismo occidentale nei paesi del terzo mondo.

L’ultimo capitolo, che chiude inevitabilmente il cerchio ritornando in Italia, più precisamente a Vicenza, nel Veneto, mostra invece i problemi legati l’uso del Pfas, sostanza presente in molti capi Idro-repellenti che nel corso degli anni ha prodotto molto danno ambientale nonché alla salute delle persone entrate a contatto con esso, mostrandoci così anche problemi di “casa nostra” paradossalmente più ignorati.

Voce narrante di questa “epopea del sostenibile” è Matteo Ward, imprenditore, divulgatore e attivista, nonché curatore della ricerca dei contenuti scientifici presentati nella serie. Ward si autodefinisce un “Pentito di moda”, ha lavorato a lungo per Abercrombie and Fitch ed ha deciso di fare della lotta allo spreco la sua ragione di vita, fondando anche il suo brand di moda sostenibile “Wrad” e dedicandosi a numerose iniziative per promuovere l’informazione sulla moda sostenibile, tra cui anche appunto, Junk.

Per tutto il documentario Ward sì dimostra molto intraprendente addentrandosi in ogni luogo utile alla ricerca e immedesimandosi nelle storie, talvolta volte di miseria disperazione, (“La vostra spazzatura per noi è oro” gli ha confessato una donna nel mercato d’abbigliamento usato del deserto di Atacama) dei suoi intervistati immedesimandosi con essi. Esempio lampante di questo si ha nell’episodio ambientato in Ghana, quando il conduttore chiede ad una donna locale di cantare per lui la canzone che spesso si trova a cantare per i suoi figli.

I forti sentimenti per la causa di Ward emergono particolarmente nell’episodio tre, dove si reca in Bangladesh per documentare l’impatto che l’incidente avvenuto dieci anni prima e le ingiustizie perpetrate dal sistema tessile del paese, uniti all’ipocrisia dei brand occidentali nei confronti dei fornitori hanno sulla popolazione locale.

Nel corso del documentario tuttavia Ward non mette solo in luce problemi ma anche soluzioni. Colpisce particolarmente l’epilogo del primo episodio raccogliendo dei vestiti sepolti nel deserto Cileno e rivestendoci un manichino per poi riportarlo al centro di Piazza Duomo di Milano, a casa. Sul manichino sarà affisso un QR code che darà a chiunque lo scannerizzerà dei consigli per iniziare a smaltire in maniera consapevole, per iniziare, come lui stesso afferma, ad essere “parte della soluzione”.

Da un punto di vista visivo il documentario è un vero e proprio pugno nello stomaco per lo spettatore ed alterna un ottimo lavoro di regia e fotografia ad un costante crescendo di disturbo e afflizione davanti ai quali è impossibile rimanere indifferenti. Si finisce inevitabilmente per soffrire davanti alle storie di tutte le persone coinvolte nel progetto.

La visione del documentario è consigliata soprattutto a tutti coloro che ignorano quello che è a tutti gli effetti un aspetto, letteralmente nascosto sotto la sabbia, dell’industria della moda, una branca del capitalismo che sta avvelenando il pianeta.

Puntata dopo puntata si mette sempre più in evidenza quanto l’essere umano tenda a sottovalutare le sue azioni e a maltrattare quella che è di fatto la sua casa, così Ward conclude la serie affermando:

Stiamo alzando la piramide ma rubando dalle fondamenta. Se davvero siamo gli esseri più intelligenti del pianeta, forse è l’ora di tornare alla base” ­

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Yoshiyuki Miyamae: tessuto e innovazione alla Milano Design week ’23

Cina, inizi del II secolo d.C.. Il cittadino Cai Lun, presenta all’allora sovrano, l’imperatore Hedi, il primo prototipo di carta, prodotto con fibre di canapa e altri materiali di recupero grezzi. Successivamente, nel 610 d.C. la tecnica di produzione della carta giunse in Giappone. Da allora i suoi abitanti gli conferirono una grande importanza sia dal punto di vista creativo che religioso, cercando sempre nuovi modi per trasformarla e incorporare nel suo utilizzo quello che in molte culture orientali rappresenta un concetto dalla valenza quasi mistica, ovvero l’idea del mutamento, del cambiamento e della trasformazione della materia, fu così che nacque la tecnica degli origami, diffusi ancora oggi.

Quasi un millennio più tardi, nella primavera del 1999, sfila a Parigi un lunghissimo tessuto tubolare dal colore rosso fiammante, indossato contemporaneamente da più modelle creando quella che è a tutti gli effetti una catena umana. Si trattava di un’opera del designer giapponese Issey Miyake, che sfrutterà l’evento per lanciare “A-Poc” (A Piece of cloth), un tessuto piatto che diventa una forma solida se indossato, con l’ausilio del minimo apporto di tagli e cuciture.

Spostandoci ancora più avanti nel tempo, più precisamente nei giorni del fuori salone per la Milano Design week del 2023, tutti gli appassionati del settore possono godere della mostra con oggetto le creazioni di Yoshiyuki Miyamae, cresciuto all’interno della maison Issey Miyake e dal 2012 al 2019 erede del designer in veste di direttore creativo dell’azienda.

Entrato a far parte della “famiglia” Miyake nel 2001 e nominato nuovo stilista e direttore creativo della Primavera/Estate donna 2012 , Miyamae ha da sempre lavorato avvalendosi del principio alla base dell’arte dell’origami, ovvero l’aggiunta di una terza dimensione ad oggetti bidimensionali, attraverso una serie di piegature strategiche portando avanti quella che è a tutti gli effetti il retaggio artistico di Miyake.

Infatti a partire dagli anni Ottanta compì una vera e propria rivoluzione dei tessuti basata sul concetto di trasformazione delle materie tessili, attraverso innovazioni e prove di trasformazione caratterizzate in particolar modo dalla tecnica della plissettatura che conferisce al tessuto una presenza delicata ma al contempo indistruttibile, ed in questo senso Miyamae non fa eccezione.

Attraverso la mostra da lui curata infatti è possibile osservare come il designer tenga ancora vivo il concept del brand di appartenenza basando il suo operato sulla sperimentazione, sulla ricerca costante e su un perpetuo studio della forma e del volume dei tessuti che per decenni hanno caratterizzato la casa di moda giapponese. La mostra promuove inoltre il progetto A-POC ABLE, nuovo brand che ha debuttato in Giappone nel 2021 come evoluzione di A-POC. Esso si basa infatti sullo sviluppo di progetti ed oggetti non per forza d’abbigliamento ma anche di arredo, partendo da una stoffa la cui lavorazione viene progettata attraverso algoritmi digitali da un team di ingegneri (non a caso il suffisso ABLE presente all’interno del nome dell’iniziativa sta a indicare quella che è una possibilità di applicazione in continuo mutamento ed illimitata).

Non è di certo un caso che Myiamae abbia scelto il capoluogo lombardo (in un periodo al di fuori della fashion week), come sede per la sua mostra. Il designer si è detto più volte ispirato dalla culla del design rappresentata dalla città di Milano, sede inoltre di iniziative come il salone del mobile, occasione perfetta per presentare il progetto ad un pubblico di produttori italiani non necessariamente legati al mondo del fashion, con l’intento di stabilire partneship e collaborazioni, trasformando la mostra in una fucina di idee.

Per le creazioni in esposizione il team guidato da Miyamae ha inoltre collaborato con personalità molto in vista del panorama architettonico giapponese, in particolare con Tausuke Ohshima e Kai Suto, soci di Nature Architets, studio legato all’università di Tokyo.

Le opere proposte si basano sullo studio delle proprietà dei tessuti Steam strech. In particolare si espone il filato ad una temperatura elevata che ne causerà la contrazione, creando così un effetto rappresentante l’amalgamazione delle tecniche Pleats e A-POC, entrambe facenti parte da sempre dell’identità di Miyake.

A-POC: A Piece of cloth

A-POC ABLE

L’innovazione condivisa e l’unicità di queste due modalità costituiscono le principali caratteristiche dello Steam stretch, che utilizza appunto il calore (causato dall’emissione di vapore) per restringere il tessuto sia sulla trama che sull’ordito, disponendo così l’utilizzo di un tessuto elasticizzato attraverso il quale si arrivano poi a creare pieghe e forme di natura tridimensionale. Questo metodo risulta utile non solo per la creazione di oggetti ma racchiude in sé un potenziale illimitato anche per quanto riguarda la realizzazione di abiti.

Tra le opere esposte si palesano una giacca, un abito e diversi elementi di arredo come lampade (alcune anche di forma sferica). Questo assetto è volto a dimostrare quanto il progetto e l’ambito tessile possano essere onnipresenti e applicabili nella vita quotidiana, in un numero sempre più vasto di forme.

Ancor prima di portare le sue creazioni nel capoluogo lombardo, il concetto di trasformazione messo in atto da Miyamae risultava evidente nelle sue collezioni realizzate per Miyake. I progetti del designer sono infatti caratterizzati da silhouette geometriche adornate di colori brillanti e suggestivi, presenze quasi psichedeliche, che non mancano di rimanere fedeli ad una cura del tessuto con lavorazioni e fusioni di diversi materiali e volumi, in quella che risulta poi in passerella come una vera e propria ricchezza estetico-visiva sia per lo spettatore che per l’indossatore.

Nel 2021, il designer ha inoltre vinto il premio per l’innovazione ad Atene, per questo premio si è detto estremamente incoraggiato dal suo brand che gli ha costantemente infuso fiducia durante lo svolgimento del suo lavoro. Tuttora il designer si cimenta in grandi progetti di innovazione tecnologica in ambito tessile come la 3D STEAM TECNIQUE, verso la quale, nonostante le numerose difficoltà legate ai materiali di questa tecnica, si dice molto fiducioso.

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Il colore nella moda: oltre il genere

Moda e genere, due concetti indissolubili e imprescindibili per l’espressione personale, per l’identificazione di noi stessi nella società.

Oggi si vogliono abbattere le mura che limitano l’ espressione estetica del proprio Io e l’arte con la moda sono strumenti che hanno il compito di riflettere i cambiamenti culturali di un paese, di sostenere il rinnovo delle abitudini sociali.

Durante la storia sono esistiti esempi di rivoluzione nell’utilizzo di colori per l’uomo e per la donna e nel tempo questa distinzione è andata sempre più ad affievolirsi con la nascita di quello che si chiama “genere androgino”.

Il colore fa parte di quelli che possiamo definire “stimoli sensoriali”, in particolare quello della vista. Per retaggio culturale tendiamo a percepire il colore come un elemento che identifica il genere. Si parla di psicologia del colore dai tempi delle teorie Freudiane, insinuatesi poi nel mondo della moda negli anni ’20 attraverso studi sulla sessualità i quali portarono ad una netta separazione del genere maschile e femminile.

Quali sono i colori che da sempre identificano il genere?

Sicuramente il rosa, simbolo femminile ed il blu, simbolo maschile.

Ma la domanda di oggi è: esiste ancora questa distinzione del genere tramite il colore? Oppure i couturier di moda, coloro che si affacciano e aspirano all’arte tramite le loro creazioni vogliono sancire finalmente un salto di qualità del colore che vada oltre il genere.

Un esempio recente è stata la performance di moda di Pierpaolo Piccioli per Valentino, collezione autunno-inverno 2021.

In collaborazione con artisti contemporanei in quel di Venezia tra architettura, arte e moda, anche le fogge e la performance in sé va oltre la concezione dell’uomo e della donna, vedasi i mantelli, i color block contrastanti, lunghe sciarpe avvolgenti, mini bag a mano, lunghi guanti e l’alternarsi di modelle e modelli in un’unica passerella. Un cambio di tendenza considerando gli ultimi anni durante i quali si è vista una separazione netta e rigorosa tra uomo e donna.

Per quanto si puntasse sulla destrutturazione del capo, nelle sfilate si mantenevano comunque alcuni criteri standard sia per l’uomo e la donna, a partire dalle palette e nuance scelte. I colori scuri per l’uomo, verde militare, blu notte, boroeux, marrone, nero e beige.  

Sempre Pierpaolo Piccioli per Maison Valentino nella sua ultimissima sfilata a/w 23/24 ha portato in campo un accessorio del tutto maschile sul corpo femminile, giocando con il contrasto di colori come il nero, rosa cipria e l’immancabile rosso.

La cravatta, elemento tipicamente mascolino, afferma ancora di più la sua voglia di rimescolamento dei mondi, abbinandola a camicie velate o classic, mini dress e abiti lunghi. Una moda, quella di Piccioli che vuole farsi espressione di una nuova percezione, oltre il genere.

Shocking!
Les mondes surrŽalistes dÕElsa Schiaparelli
au MAD, musŽe des Arts DŽcoratifs, Paris
du 6 juillet 2022 au 22 janvier 2023

“Shocking! The Surreal World of Elsa Schiaparelli”

“Lavorare con artisti come Bébé Bérnard, Jean Coucteau, Salvator Dalì, Vertés and Van Dongen e con fotografi come Horst, Cecil Beaton e Man Ray, era esaltante. Ci siamo sentiti aiutati, incoraggiati e “sollevati dalla noia” dalla realtà materiale di fare vestiti per venderli”.

Elsa Schiaparelli

È la dichiarazione bibliografica di Elsa Schiaparelli che fa da cornice alla mostra biografica in corso al Musée des Arts Décoratifs a Parigi fino al prossimo 22 gennaio 2023.

La retrospettiva è stata possibile grazie alle donazioni che la stessa couturier ha fatto prima di morire all’ “Union Française des Arts du Costume” e al “Museo di Arte di Philadelphia”.

La selezione in mostra, racconta l’infinità di ispirazioni della Schiaparelli, fatte di gioie, di immaginazioni fantastiche e magiche, creando un dialogo tra passato e presente. Fil rouge legato all’attuale direttore creativo della Maison Daniel Roseberry.

Visitare la mostra è stata come una vera e propria immersione a 360 gradi nel mondo surrealista della mitica e leggendaria Elsa Schiaparelli.

La mostra si apre con centinaia di disegni della couturier stampati come carta da parati l’ultima sala espone i disegni di Daniel Rosberry attuale direttore creativo della Maison. L’idea della mostra è di rendere omaggio al lavoro dell’artista con il mondo dell’arte. “La sarta ispirata” come lei stessa amava definirsi collaborò per tutta la sua vita con i grandi artisti Surrealisti lavorandovi a stretto contatto.

Per la storia della couturier è stato cruciale lavorare a stretto contatto con gli artisti e creare abiti come forme di arte perché la stessa stilista si considerava un’artista. “Penso che quando lavorava con Cocteau, Dalí e altri, quelle barriere tra arte e moda chiedessero di essere abbattute. C’era un invito in un certo senso a essere sfidato culturalmente.”Una foto con Dalì con una scarpa in testa è presentata accanto al cappello scarpa del 1937, sottolineando il fatto che non ci sia distinzione tra arte e moda.

Decine e dozzine di creazioni abbagliano le stanze in un luogo sommerso. C’è un raggruppamento dei suoi maglioni lavorati a maglia- capi moderni negli anni ’20 – accentuati da fiocchi trompe l’oeil. Ci sono design che attestano le sue silhouette soigné, le sue costruzioni innovative e la sua ossessione prima per il bianco e nero ottico, poi per il suo ormai emblematico rosa shocking. Numerose sono le vetrine piene di meravigliosi bottoni scultorei, bijoux dorati che incorporano caratteristiche anatomiche e boccette di profumo più originali di qualsiasi cosa oggi sul mercato.

Ci sono più di 520 opere in mostra con quasi la metà di Schiaparelli. Coloro che sono abbastanza fortunati da visitare dovrebbero aspettarsi una festa (e prepararsi grazie alla cronologia dei risultati di Schiap di Laird Borrelli-Persson qui).


Se il fulcro dello spettacolo è innegabilmente Elsa, arriva in un momento in cui Roseberry ha potenziato il nome Schiaparelli attraverso le sue interpretazioni sbalorditive e risonanti della sua visione. Con Lady Gaga in costume Schiaparelli per l’inaugurazione del presidente Biden; Beyoncé alla 63a edizione dei Grammy Awards; e Bella Hadid, che a Cannes ha indossato quell’indimenticabile corazza simile a un ramo, le muse Schiaparelli di oggi stanno attirando una nuova generazione.

Questi pezzi zeitgeist possono iniziare come motivazione per la visita, ma Roseberry si aspetta che la scoperta più grande parli da sola. “Spero per i giovani, o per le persone che non conoscono davvero Schiap, che questa esperienza aggiunga un ulteriore livello di profondità al modo in cui si sentono nei confronti del marchio”, ha affermato.

E infatti, le discussioni tra la Maison e il museo sono iniziate anni prima dell’arrivo di Roseberry; molti dei prestiti sono stati garantiti prima che avesse la possibilità di intervenire. I ritardi causati dalla pandemia hanno favorito un allineamento delle stelle. “Oggi, il tempismo sembra eccellente, ma è un riassunto del caso”, ha detto Olivier, descrivendo Roseberry come “complice del museo” durante il processo.

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WEARABLE ART: ArtyCapucines

Come sarebbe un opera d’arte indossabile? La moda cerca di dare una risposta a questa domanda dalla sua nascita. Designer, stilisti, artisti hanno cercato il connubio perfetto tra arte e moda, tra concetto e funzionalità. Alexander MCQueen, Elsa Schiaparelli, Martin Margiela, Miuccia Prada, sono solo alcuni dei grandi nomi che nella storia della moda sono stati ispirati da correnti artistiche.

Il passato non è l’unico che porta con sé grandi collaborazioni. Louis Vuitton ci ha abituato infatti al binomio arte-moda, portando a cadenza annuale dal 2018, le sue ArtyCapucines.

Ma cosa sono? La Capucine è un modello di borsa introdotto dalla maison nel 2013, che è presto diventato un top seller nella sua categoria. Il brand ha subito capito le potenzialità che poteva offrire, che poteva essere la tela bianca perfetta.

Quest’anno non è stato da meno.

La maison ha chiamato a raccolta sei artisti da tutto il mondo perché imprimessero sulla borsa la loro visione dell’arte e della moda. Amelie Bertrand, Daniel Buren, Ugo Rondinone, Peter Marino, Park Seo-Bo e Kennedy Yanko sono i nomi prescelti.

Ognuno di loro ha avuto carta bianca e ognuno di loro ha creato qualcosa di unico e irripetibile.

AMELIE BERTRAND

La borsa forse più eccentrica delle sei, brilla nel buio. Questo è reso possibile grazie a un innovativo trattamento con pigmenti, che unito ai colori già sgargianti ci trasportano subito a Los Angeles, su una spiaggia assolata o fuori da un nightclub. Un paio di fiori sovradimensionati e una catena, entrambi elementi ricorrenti nel lavoro di Amelie Bertrand, decorano ulteriormente la borsa. Questi due ciondoli sono dipinti come ombre e la silhouette della catena è impressa nella pelle.

DANIEL BUREN

Buren invece ha visto la borsa come un oggetto scomponibile, i cui elementi potevano essere usati per creare qualcosa di nuovo. Due elementi sono emersi, il cerchio e il trapezio. Per poter rendere l’effetto desiderato dall’artista, la maison ha dovuto alterare la struttura classica della Capucine, rendendola quindi unica nel suo genere. Il manico, un semicerchio completato grazie all’effetto specchio, è bianco e nero, lucidato con finitura satinata. Per noi di Madìn è un grande richiamo agli anni 60!

UGO RONDINONE

L’artista svizzero ha riportato sulla borsa due suoi temi ricorrenti; i clown e l’arcobaleno. I colori fanno da protagonista e l’utilizzo delle perline, 15000 tutte applicate a mano, dà alla borsa una texture paragonabile a quella della pittura. Grumosa, materica e brillante. Il manico è in resina traslucida lavorata a mano, progettata in modo che in piena luce i suoi colori vengano “riflessi” sulla patta della borsa.

PETER MARINO

Marino si è ispirato a una scatola medievale vista in un edificio del XIV secolo a Venezia. Collocata vicino alla scala monumentale progettata dall’architetto italiano Mauro Codussi, la scatola era dotata di cinghie e di una chiave medievale, elementi che Marino ha ricreato sulla borsa iconica di Louis Vuitton. Il monocromo nero è un grande cavallo di battaglia dell’architetto.

PARK SEO-BO

Fondatore del Dansaekhwa, un movimento nato all’inizio degli anni Settanta che ha rivoluzionato la tradizione pittorica coreana, ha voluto imprimere sulla pelle una delle sue opere più celebri, parte della serie “Écriture”. Per ricreare la texture tattile dell’immagine, la pelle di vitello della borsa è stata trattata con un effetto “coup de pinceau” simile a una pennellata, prima di applicare con cura alla pelle un’iniezione di gomma 3D altamente dettagliata, basata su una scansione del dipinto.

KENNEDY YANKO

L’ultima artista ha anche essa lavorato sulla consistenza della borsa pensando però a come non alterare la sua funzionalità. La pelle ha volutamente un effetto sporco, rovinato, che è stato realizzato con stampa 3D e in seguito rifinito a mano con pigmento oro. La borsa è anche incredibilmente versatile: rimuovendo il manico in pelle si trasforma in una clutch.

Vestirsi di aspirazioni. L’opera ‘Persona’ racconta di noi

Presentata alla Biennale Arte di Venezia 2022, all’interno del padiglione Uruguay, l’opera ‘Persona’ di Gerado Goldwasser racconta cose diverse, piuttosto esplicite, rendendo innegabile il fatto che vestiamo di ciò che in qualche modo rappresenta il nostro essere, o di quello che vorremmo essere.

Uno specchio ed una pedana su cui salire, da cui possiamo guardare ed identificare nel nostro riflesso, controllando con quella attrazione spesso narcisista come stiamo: se siamo davvero noi l’immagine riflessa o se qualcosa è fuori posto. Forse non ci riconosciamo vedendo quello che vedono gli altri, ci scopriamo mentre lo sguardo scorre e scopriamo di essere appendici del nostro sentire.

Non è inusuale riconoscere l’aspirazione di una persona o la sua appartenenza osservando di cosa si adorna, ed è buffo vedere come persone degli stessi ambiti si adeguino ad un certo stile, divise sociali dell’immaginario culturale, affinché gli altri ci riconoscano, ci attribuiscano una certa appartenenza, dandoci casa e tregua.

La famiglia dell’artista ha visto diverse generazioni di sarti e Goldwasser ha scelto di affrontare la tematica dell’abito utilizzando grandi bobine di lana nera, con cartamodello appuntato, Mesa de corte, la sua Medidas rigide, una lunga sfilata di maniche El saludo.

Con la curatela di Pablo Uribe e Laura Malosetti Costa, il progetto è stato ispirato da due manuali tedeschi di sartoria che Goldwasser ha ereditato da suo nonno, recluso per 16 giorni in un campo di concentramento ed obbligato a realizzare uniformi per i nazisti, un progetto di omologazione della persona. Oltre a contenere le indicazioni per le uniformi all’interno di questi testi c’erano le istruzioni per vestire l’intera società, collocando ognuno al proprio posto.

Persona’ è la riflessione sulle regole sociali e sartoriali, sugli schemi da seguire ed eseguire, sulla massa e l’individuo che ne fa parte, individuo che cerca sé stesso attraverso la visione dell’altro.

Le armature di Roberto Capucci al Labirinto della Masone

Sono esposte al Labirinto della Masone di Franco Maria Ricci, le armature di Capucci, non di ferro ma di seta, le cui strutture complesse regnano sulla forza di gravità. Così con la cura della Fondazione Franco Maria Ricci, della Fondazione Roberto Capucci e la storica d’arte Sylvia Ferino, emergono gli abiti del couturier poste in relazione alle opere d’arte già presenti all’interno della struttura neoclassica, appartenenti alla collezione Ricci.

L’idea della mostra nasce dal libro dedicato a Capucci, edito da Franco Maria Ricci nel 1993 in occasione dei trent’anni dalla sua uscita.  Sono esposti tutti gli abiti presenti nella monografia, 24 creazioni tra cui i due abiti iconici “Fuoco” 1985 e “Bouganville” del 1989, insieme con 68 bozzetti originali, che vanno dagli anni ’50 agli anni ’90, e la maquette di un abito del 1987. In aggiunta troviamo altri due abiti corti bianchi caratterizzati da maschere in rilievo, non presenti nella pubblicazione ma che si sposano con la collezione permanente del museo.

Tra i fondatori del Made in Italy, rimane nella storia per la concezione dell’abito che va oltre il comune utilizzo, elevandolo a opera d’arte, ragion per cui le sue creazioni collaborano benissimo con le opere che si mostrano tra un plissé e l’altro. Interprete come pochi della natura e delle potenzialità di un tessuto, il concetto di bellezza è sempre stato presente nel suo lavoro, non una bellezza effimera, ma potente e indefinita, come quella dei fiori e delle farfalle, del fuoco e dell’acqua. Il suo legame con la natura trova un’affinità con il luogo dell’esposizione, il più grande labirinto esistente, immerso anche esso nella natura, composto da 200 mila piante di bambù e altre specie diverse.

Creazioni volumetriche, protagoniste e imponenti con la loro bellezza, conosciute come sculture di plissé e taffettà, uniche nel loro genere.  Nel corso del tempo, molte star del cinema e del teatro hanno fatto i conti con questa bellezza indossando i suoi abiti, ricordiamo Silvana Mangano nel 1971, Valentina Cortese nel 1987 e ancora June Anderson nel 2002, diventando prova del fatto che gli abiti di Capucci sono una prova di forza, non solo fisica ma anche e soprattutto emotiva.

Un mago del tessuto, tra le tante denominazioni dedicate a Roberto Capucci vi è quella di fare magie con i volumi, le forme, i colori e i tessuti.

Per l’importante occasione, con il sostegno della Fondazione Franco Maria Ricci, alcuni degli abiti sono stati restaurati dal laboratorio Restauri Tessili di Moira Brunori, con sede a Pisa, restauratrice di fiducia della Fondazione Capucci. La sua filosofia viaggia oltre i confini materiali dell’abito e si trasforma in quelle forme ondulate, plissettate e ribaltate che conosciamo come costruzioni d’arte.

Green ed inclusione alla MFW22

Lo scorso martedì si è conclusa la MFW22, settimana fittissima di eventi formali, sfilate ed eventi green e inclusivi. In città è tutto in evoluzione: i mezzi che collegano il quadrilatero sono gremiti di curiosi in fibrillazione per la tanto attesa settimana della moda italiana. E’ facile incontrare personaggi del settore, influencer e famosi Tik Toker scesi dall’Olimpo social che gironzolano per Milano – un giorno mi è anche capitato di prendere il caffè al Bar Brera con accanto Suzy Menkes! –

La Camera Nazionale della Moda a partire da quest’anno e per la prima volta, ha mostrato i propri contenuti sul profilo TikTok e ha offerto la possibilità di seguire gli eventi ufficiali online sul canale milanofashionweek.cameramoda.it. Tra gli eventi della CNMI ho preso sicuramente parte al Fashion Hub che si è tenuto all’ADI Museum di Milano per celebrare designer emergenti ed indipendenti. Tra questi Gilberto Calzolari che quest’anno ha presentato la sua collezione upcycling in uno spazio dedicato, con una giornata speciale a supporto del progetto “A Global movement to uplift underrepresented designers” organizzato da Blanc Media in collaborazione con CNMI.

Preview look SS23 – Gilberto Calzolari

L’attenzione di CNMI è andata sull’Ucraina con il progetto “Hope Fashion Ukraine“, iniziativa patrocinata da CNMI e supportata da Confindustria Ucraina, Ucraina’s Fashion Week e dal Consolato Onorario Repubblica Ucraina per dare visibilità a 13 brand ucraini che espongono le loro creazioni.

Hope fashion Ukraine

Il Kia Designers Awards ha avuto uno spazio dedicato ai temi dell’innovazione e della sperimentazione. I finalisti hanno avuto la possibilità̀ di seguire negli scorsi mesi un percorso di mentoring focalizzato sulla tecnologia e sul concetto di innovazione, che si concluderà̀ con la presentazione di originali outfit disruptive, in una presentazione immersa con video totem maxiLED.

Il progetto “Designer for the Planet” è dedicato alla valorizzazione del panorama della moda sostenibile italiana con lo showcase di 5 brand emergenti impegnati nello sviluppo di collezioni eco-conscious. I designers sono Acidalatte, Bennu, Endelea, _Dennj_ e Atelier Florania. L’hub è stato allestito per tutta la settimana ed ha ospitato numerosi eventi ed sfilate ufficiali come l’attesa sfilata di Stella Jean. Atelier Florania è il brand che ha ricevuto la menzione speciale da Camera Buyer Italia, con cui ho avuto modo di approcciarmi lo scorso 5 maggio durante il FashRevLab Upcycling into the future di Fashion Revolution Italy. L’evento che si è tenuto al presso D-House- Laboratorio Urbano in Via Galileo Ferraris a Milano dove sono stata invitata come designer emergente con la mia collezione di Brandelli ad esporre un mio look.

A chiudere questa ricchissima edizione sono stati i CNMI Sustainable Fashion Awards, evento giunto alla sua quinta edizione in collaborazione con Fondazione Pistoletto. Nella cornice del Teatro alla Scalale personalità e i progetti realizzati nell’ultimo anno dedicati alla sostenibilità̀ selezionati da una prestigiosa Giuria Internazionale e presentato da Rossy de Palma, poliedrica artista e performer.

Carlo Capasa e Michelangelo Pistoletto per il CNMI Sustainable Fashion Award22

In linea con il nostro operato di questi anni,” ha dichiarato Capasa, “il programma della Milano Fashion Week riflette il nostro grande impegno verso tematiche di primaria importanza, tra cui la promozione della sostenibilità, il supporto ai giovani talenti e la costruzione di una cultura della moda inclusiva.”

Carlo Capasa
Premio CNMI Sustainable Fashion Award22

A conclusione della settimana si è tenuta la presentazione del libro “Il lato oscuro della moda” organizzato da Sara Maino e Matteo Ward presso la Fondazione Sozzani in Corso Como. Nel libro l’imprenditrice, ricercatrice e attivista Maxine Bédat, racconta la storia di un paio di jeans, item iconico della moda, rivelando che la moda agisce senza trasparenza secondo i principi distruttivi dell’economia globale. Il dibattito poggiava appunto sul tema dell’industria della moda, che opera con una totale mancanza di trasparenza e su come continua ad ammaliarci e convincerci a spendere pesando sempre di meno al costo reale delle “cose”. Un libro che vuole essere contenitore della denuncia nei confronti del modello fast fashion, insostenibile non solo dal punto di vista ambientale ma soprattutto dal punto di vista sociale.

Memory capsule: l’Archivio Max Mara

L’Archivio di Max Mara è il crocevia tra il passato ed il futuro tra la memoria e la creazione contemporanea. Struttura fondamentale su cui si muove l’intera azienda, l’Archivio di Max Mara è situato in un palazzo Liberty, un antico calzificio del 1911 a Reggio Emilia, vecchia sede del gruppo Max&Co. All’interno dell’Archivio è conservato un pezzo importante della storia della moda italiana a cui fa capo la curatrice Federica Fornaciari che dal 2003 ha costruito l’Archivio per conservare la memoria storica della maison.

L’Archivio ogni anno si arricchisce di nuove acquisizioni e di collezioni private. All’interno di quest’area il BAI, Biblioteca e Archivio d’Impresa, ho svolto il mio stage che è terminato lo scorso marzo, periodo nel quale sono stati festeggiati i 70 anni dalla fondazione di Max Mara. Ho ammirato e scrutato la memoria storica del brand che viene archiviata con metodo e passione che contraddistingue il brand e costituisce un punto di riferimento importante nella cultura della moda italiana.

Antonio Mancinelli, Viaggio nell’Archivio storico di Max Mara, D – La Repubblica, 13 Nov 2021

Il palazzo è distribuito su tre piani in cui convergono la Collezione Vintage (che raccoglie capi di alta moda di vari designer e capi boutique nazionali e internazionali), la Collezione Storica (che conversa i capi della Maison) e le collezioni di donazioni private e riservatissime.

Nelle due sale principali a pian terreno, sono conservate le riviste storiche e monografie di moda nazionali e internazionali. La Biblioteca che si trova nell’Head Quarter di Max Mara in Via Maramotti raccoglie riviste di periodici, monografie e tendenze che forniscono l’area creativa e gli uffici stile Collezioni di riviste femminili (italiane e non) e bozzetti dei grandi designer come Karl Lagerlfel e Jean-CharlesDe Castelbajac che hanno lavorato con l’azienda come consulenti esterni.

Biblioteca ed Archivio fanno parte dell’area BAI: Biblioteca come ricerca nel presente, Archivio come ricerca nel passato, Impresa come ricerca applicata al futuro. Ricerca e ispirazione, ed Heritage aziendale: sono le due “anime” di BAI che dialogano insieme in un contesto stimolante e attivo.

Alessandro Grassani, In MaxMara’s Archive, Decades of Italian Fashion History, The New York Times, 19 Set 2018

La storia del brand è molto conosciuta, è stata fondata nel 1951 a Reggio Emilia da Achille Maramotti. L’obiettivo del fondatore è introdurre il processo industriale americano nella cultura sartoriale per creare il primo prêt-à-porter italiano. La parola «Max» è un superlativo, «Mara» è un diminutivo del cognome del fondatore.

Maramotti sceglie il cappotto maschile come icona per il guardaroba femminile. Il cappotto Manuela diviene il capospalla distintivo della casa, in puro cammello con collo a revers, tasche sui fianchi, chiusura a vestaglia e cintura in vita.

Nel 1981, la stilista francese Anne-Marie Beretta, disegna il cappotto 101801, in lana e cashmere di color cammello, contraddistinto dal “puntino”, cucitura tipica dei completi sartoriali da uomo. Attualmente il gruppo opera attraverso una holding (Max Mara Fashion Group) e diverse società operative. Le principali sono sette: Max Mara, Marina Rinaldi (dal nome della nonna di Achille Maramotti), Manifatture del Nord (marchi Pennyblack, Max & Co), Marella, Maxima (rete commerciale), Imax (maglieria) e Diffusione Tessile.

Alessandro Grassani, In MaxMara’s Archive, Decades of Italian Fashion History, The New York Times, 19 Set 2018

Nel 2006 a Berlino è stata celebrata la prima tappa della mostra «Coats! Max Mara, 55 anni di moda italiana» che racconta il viaggio del brand, a cui si sono aggiunte altre quattro tappe internazionali negli anni successivi.

In archivio confluiscono tantissimi pezzi di mondo a cui Ian Griffiths, direttore creativo dell’azienda contribuisce da sempre con la sua passione per il vintage. E la ricerca di capi e accessori rari insieme a Laura Lusuardi, fashion coordinator del gruppo in cui entrò diciottenne nel 1965. Qui si trova una parte della collezione di Carine Roitfeld, che cura l’immagine del brand, ma anche abiti antichi con servati in scatole ricolme di carta velina, completi appartenuti a Coco Chanel e, naturalmente, tutto lo storico dei cappotti Max Mara.

In Archivio è severamente vietato fare le foto. Le foto riportate sono foto reference di articoli italiani sulla moda da quando l’Archivio di Max Mara ha deciso di aprirsi ai giornalisti negli ultimi anni. Ma rimane pur sempre un luogo di nicchia, chiuso e riservato.

    Peter Lindbergh, Sportmax Fall/Winter 1985/86
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HAPPY NEW FASHION YEAR! Il Capodanno della Moda

Settembre ha da sempre molti significati; le scuole ricominciano, si torna alle proprie case e si inizia a dimenticare il benessere delle ormai lontane vacanze. Si può quasi dire che sia settembre il vero inizio dell’anno, non gennaio. Per la moda questo è legge; settembre è l’inizio di una nuova stagione, di nuovi trend, di nuovi incontri e di nuova energia creativa.

E come rappresentare questo nuovo inizio se non attraverso quel mezzo che è sempre stato prediletto dal mondo del fashion? Le edizioni di settembre delle più grandi testate di moda del mondo si riempiono di servizi fotografici meravigliosi, realizzati con look più cercati delle ultime sfilate, indossati da modelle, attrici, influencer, cantati o figure rilevanti dello star system. Ma soprattutto le edizioni di settembre sono vere e proprie guide ai trend del anno che verrà; i brand che ben sanno cogliere l’opportunità di vendere, allocano un budget considerevole al marketing e alla pubblicità, realizzando campagne che sfiorano il mondo dell’arte. Un esempio può essere la nuova campagna di Balenciaga, ricca di vip nei look più iconici della Fall 2022 Ready-to-wear.

Tornando ai magazine, Vogue, re incontrastato nel mondo dell’editoria di moda, fa gara ogni anno per presentare le edizioni più ricche e innovative del mese. Le quattro principali, che sono Usa, Francia, Inghilterra e Italia, sono le prime a far uscire le loro copertine a fine agosto, regolando il tono che dovranno avere le altre edizioni del magazine.

Vogue Italia, sotto la direzione di Francesca Ragazzi, ci presenta Gigi Hadid come non l’abbiamo mai vista. Drammatica come una gran dama del teatro, fissa l’obiettivo con occhi bordati di nero, a contrasto con il biondo platino dei suoi capelli cotonati all’insù. La frase è chiara; nuovo inizio, nuovo modo di approcciarsi alla moda ma anche nuovo modo di vedere Gigi, che si dice stufa di rappresentare sempre lo stesso stereotipo di donna. 

Per fare questo era necessaria un’accoppiata d’eccezione; hanno unito le forze infatti la celebre fashion editor Grace Coddington e il nuovo talento della fotografia Rafael Pavarotti. È dal loro lavoro in sinergia che sceglie di ripartire Vogue Italia.

Vogue Usa, al cui vertice troviamo sempre Anna Wintour, parla sempre di un nuovo mondo ma sceglie una copertina dai colori più morbidi e tenui, fotografando Serena Williams davanti al mare in un abito azzurro cielo. Nell’inserto della copertina vediamo una bimba, Olympia la figlia della Williams, tenere lo strascico del Balenciaga indossato dalla madre. La fine della carriera da tennista di Serena segna anche l’inizio per lei di un nuovo capitolo, più calmo ma non meno eccitante, la maternità.

Ancora, Vogue British, splendidamente guidato da Edward Enninful, riporta Linda Evangelista sulla cover, dopo il lungo periodo di assenza della modella, causato da un intervento estetico andato male. Il tema del nuovo inizio ci segue anche in Inghilterra, dove anche se non è sbandierato nel titolo, è dimostrato dall’immagine, tanto semplice quanto potente. Evangelista è coperta quasi completamente, ma il rosso che la contorna, da sempre colore associato al potere e alla forza, catalizza la nostra attenzione su i suoi occhi e ci fa quasi dimenticare il motivo della sua assenza.

Vogue France, diretto da Emmanuele Alt, torna a capofitto sul tema della novità, proponendo Kate Moss in un look che ha del futuristico. I toni del blu e dell’azzurro fanno da padroni, dando alla foto una consistenza liquida ma appuntita allo stesso tempo. Qua il senso di nuovo viene dato dalla sottile promessa di un futuro sfavillante, di una moda ancora più glamour e sempre creatrice di sogni.

Chiudo questa piccola rassegna con un vero inizio. Vogue Philippines apre i battenti e dedica il suo primissimo numero, in uscita proprio a settembre, a celebrare la bellezza filippina, portando in copertina luoghi iconici e modelle dalla delicata bellezza. I colori terrosi sono protagonisti, andando perfettamente a adeguarsi alla natura dello sfondo. A Bea Valdes, nuova editor-in-chief, vogliamo augurare che questo settembre sia solo il primo di una lunga serie per il suo Vogue, che si presenta elegante e fresco. Forse la ventata di novità necessaria non solo per questo mese ma per tutto il fashion system.