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PPPiccioli lascia casa Valentino

Elaborare un pensiero richiede tempo, valutazioni, delle volte anche studio. Nell’immediatezza di un avvenimento tutte le elucubrazioni sono fini a sé stesse. Arriverà il momento del pensiero logico, della critica disinteressata, dell’analisi storica, ma oggi è tempo solo di ringraziare.

È il 22 marzo 2024, un carosello di foto su Instagram si apre con l’iconica immagine di Pierpaolo Piccioli circondato dai preziosissimi artigiani di Maison Valentino, durante i saluti al termine dello show Château de Chantilly Haute Couture FW 23-24. Al primo sguardo è impossibile negarsi dal lasciare un like, perché quella immagine ha segnato moltissimo la cultura moderna. Un po’ come quando si ha davanti il David: è infattibile scorrere avanti senza prendersi qualche minuto per ammirarne la meraviglia.

Il carosello prosegue con una serie di immagini che, come la “divisa” del suo team a cui Piccioli ci ha abituato nelle sue apparizioni pubbliche, rimarranno impresse negli annali di moda, dicendo così addio a Maison Valentino. Non succede spesso, ma neanche del tutto raramente: l’ultimo vero addio a cui non eravamo preparati risale al novembre 2022 con Alessandro Michele che lascia casa Gucci.

È Piccioli stesso a comunicarlo dal suo profilo, con una cura ed una gentilezza spiazzante, lasciando un pensiero di stima non solo a Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti, ma a tutti i professionisti con cui ha lavorato in 25 anni. Ne nomina alcuni, forse potendo avrebbe nominato tutti, ed è lui che ringrazia loro per le esperienze e la gioia.

Dagli show alle intuizioni, dalle foto amatoriali alle campagne, dagli applausi del pubblico agli abbracci con la famiglia: questo non vuole essere un elenco celebrativo dello straordinario lavoro di Piccioli, questo testo vuole dare immagine al sentimento disorientato che questa decisione ha procurato nel mondo della moda.

L’addio di Pierpaolo Piccioli è un saluto consapevole, composto ma allo stesso tempo dal fortissimo impatto emotivo, come una Black Tie.

È la celebrazione dell’individualità nella sfumatura di un Pink PP. È la forza, nella sua accezione più profonda, ricerca ed accettazione, comprensione ed esaltazione di Le Noir come nuovo spazio visivo non più privativo di luce, ma totalizzante ed accogliente.

L’addio di Pierpaolo Piccioli a Maison Valentino è riuscito ad essere magico perché non percepito con rabbia, con dissenso, con supposizioni ma spontaneo, diretto, quasi immune alle critiche, esattamente come un ragazzo che si diverte a coltivare la propria passione e l’immenso talento.

“Giovane e libero”, si dice. Nessuno saprebbe descriverlo in maniera più opportuna.

La fine è necessaria e l’inizio inevitabile. Nel mentre, solo applausi meritati e la realizzazione di aver goduto per 25 anni del lavoro di un giovane e libero artista che ha ridefinito e scritto nuove regole e combinazioni della moda contemporanea, a cui bisogna guardare con gratitudine nell’attesa di altra magia.

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Iris Apfel: color icon

Cosa ci fa una bambina con degli scampoli di stoffa? Quanto può diventare straordinario il più semplice dei giochi come vestire le bambole quando si diventa grandi?

Questa è la storia di, una bambina newyorkese che giocava con scampoli di stoffa, visitava la boutique di sua madre ed imparava che la monocromia è solo una delle tante scelte possibili, ma non la più eccezionale. Stiamo parlando di Iris Apfel!

Crescendo, studia storia all’Università di New York, decidendo solo successivamente di intraprendere la carriera di giornalismo in moda tanto da partecipare ad un concorso per entrare a far parte della redazione di Vogue Paris. Storicamente era in corso la Seconda guerra mondiale e gli uffici di Vogue dovettero chiudere proprio in quel momento, bloccando temporaneamente i sogni di Iris.

Tuttavia il fuoco misto di perseveranza ed ottimismo le bruciava in petto, dalla quale darà vita all’incendio della sua iconicità: prima copista al Woman’s WearDaily, poi collaboratrice dell’illustratore Robert Goodman, poi ancora responsabile di eventi per un complesso alberghiero, ma con ancora troppo pochi capi a disposizione per poter vantare un armadio variopinto.

In quel momento nasce quello che sarà il suo tratto distintivo – il mix and match – che funzionando perfettamente con gli abiti applicherà anche nella sua carriera da arredatrice. Si ritrova a scoprire i magazzini Loehmann’s, in cui si potevano trovare capi griffati a prezzi stracciatissimi, dove ricevette il commento che la distinse nel tempo: “Non sei una bellezza, ma hai stile!”

In un’intervista dichiarò di non essere una grande fan di Coco Chanel: da un lato vi era Mademoiselle Chanel che proponeva abiti lineari, pratici, osannava il nero, dall’altro Iris Apfel che si divertiva a combinare tessuti, trame, accessori dalle misure sproporzionate rispetto alla sua figura esile e minuta. 

Ad un certo punto della sua vita, Iris Apfel si innamora dell’uomo da cui prenderà il cognome e alla quale sarà legata sentimentalmente, artisticamente e imprenditorialmente per sessantasette anni. Insieme fonderanno la Old Wide Weavers, industria tessile che si occuperà niente meno che di curare l’interior design della Casa Bianca.

Variopinta, eccentrica, geniale, coperta da occhiali tondi, sorridente, amata tanto da ricevere riconoscimenti di ogni genere come una mostra dei suoi abiti e accessori protagonisti al MoMa di New York, la nascita di un documentario dedicato alla sua vita, una Barbie a sua immagine e somiglianza e ancora una cattedra all’Università di Austin.

Iris Apfel nel tempo è riuscita a stupire con curiosità, disponibilità e allegria chiunque incontrasse, così da diventare l’icona per eccellenza di tutte le persone del mondo che hanno apprezzato la sua filosofia: more is more, less is a bore.

Quindi, cosa ci fa una bambina con degli scampoli di stoffa? Chiedetelo a tutti i bambini che scoprono la bellezza dell’arte in ogni sua forma, la risposta è semplice: giocare.

E cosa fa quella bambina quando diventa Iris Apfel? Continua a giocare, sperimentare, divertirsi. Questa è la storia di come una signorina newyorkese è diventata un’icona di stile mondiale, e di come il mondo della moda e dell’arte piange la sua dipartita dello scorso 1° marzo 2024.

Con i suoi 102 anni ed un sorriso enorme quasi quanto i suoi occhiali, ci ha insegnato che mai bisogna fermarsi ad aspettare che le cose accadano, ma bisogna credere nelle proprie passioni, alzarsi ed andare a prendere ciò che ci spetta perché “Se sei pettinata bene e indossi un bel paio di scarpe te la puoi cavare in ogni situazione”.

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THE NEW LOOK E L’ASCESA DI CHRISTIAN DIOR

Può la moda risollevare lo spirito e le speranze di un’intera nazione? Sembra essere questa la domanda a cui vuole rispondere The New Look, la nuova serie di AppleTV+ ispirata alla vita dello stilista francese Christian Dior e in particolare alle circostanze che lo portarono ad emanciparsi dallo studio in cui lavorava per fondare la sua leggendaria casa di moda. 

L’episodio pilota si apre nella Parigi del 1955, durante la conferenza che Dior tenne alla Sorbona per parlare di estetica della moda e mostrare le collezioni Corolle ed En 8, ribattezzate New Look da Carmel Snow, la caporedattrice di Harper’s Bazaar.

Queste due linee, presentate nel febbraio del 1947 alla prima sfilata del couturier, ebbero un impatto rivoluzionario nel panorama francese e in seguito mondiale.

Da qui la serie fa un passo indietro trasportando gli spettatori al 1943. Sullo sfondo di una Parigi assediata da tre anni dai nazisti e in cui i suoi cittadini tentano di sopravvivere in qualunque modo possibile, Christian Dior (Ben Mendelsohn) è uno dei talentuosi stilisti che popolano l’atelier di Lucien Lelong (John Malkovich) e lavora al fianco di un giovane e ribelle Pierre Balmain. 

La loro clientela è per lo più composta dalle ricche mogli dei generali nazisti, le uniche a potersi permettere un tale lusso, e i due designer sono perciò costretti a ideare sontuose vesti che stridono con gli orrori della guerra che loro stessi vedono ogni giorno. Creare è sopravvivere, risponderà Dior alla domanda sul suo rapporto con i tedeschi posta da una studentessa americana nel corso della conferenza del 1955.

A condividere la scena con Dior, ci sono anche nomi come Cristóbal Balenciaga, Pierre Cardin e soprattutto Coco Chanel (Juliette Binoche), che può essere quasi considerata la protagonista femminile della serie. 

All’elegante mademoiselle e quella che può essere considerata a tutti gli effetti la caduta della sua maison è dedicata un’intera storyline.

Almeno per i primi cinque episodi, chi si aspetta un racconto biografico sull’arte di Dior potrebbe restare deluso: l’attenzione è fortemente focalizzata sulla guerra e le vicende personali ad essa legate, come la deportazione di Catherine Dior (sorella di Monsierur Dior e interpreta da Maisie Williams) nel campo di concentramento di Ravensbrück e il controverso rapporto di Coco Chanel con i gerarchi nazisti che le costò la stima dei suoi connazionali al termine del conflitto. 

La moda torna centrale solo al termine del quarto episodio con l’allestimento del Théâtre de la Mode, inaugurato al Louvre nel marzo del 1945.

La mostra, simbolo di ripartenza e rinascita per il paese e il settore dell’alta moda, nacque a scopo benefico e vide la partecipazione, oltre che di Dior e i colleghi dell’atelier Lelong, di nomi illustri come Cartier, Schiaparelli, e molti altri ancora che realizzarono completiin miniatura per dei manichini. 

Dopo il successo dell’iniziativa, mosso da un moto di indipendenza e dalla necessità di superare il dolore per la vicenda della sorella, Dior deciderà di fondare la propriamaison. Attingendo dallo stile sinuoso della Bella Époque e dal proprio genio creativo creerà abiti senza tempo come il Soirée à Rio e il Tailleur Bar. 

apple.com/it/tv Ben Mendelsohn nei panni di Christian Dior

Questi e altri modelli presenti nella serie sono stati ricreati fedelmente sulla base di immagini e foto di archivio messe a disposizione dalla maison Dior, come ha dichiarato la costumista della serie, Karen Serreau, in un’intervista all’Hollywood Reporter. 

Pur mettendo di tanto in tanto la moda in secondo piano e concedendosi delle libertà creative, The New Look riesce a raccontare un periodo di cambiamenti, rivoluzioni e le grandi figure che hanno contribuito a cambiare per sempre il modo di concepire l’haute couture.

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Fiori d’inverno di Giorgio Armani

Conclusa la Milano Fashion Week Fall 2024 Ready to Wear, abbiamo applaudito, siamo rimasti incantanti, a volte abbiamo storto il naso, ma come in ogni Settimana della Moda la carne al fuoco è stata saziante per gli addetti ai lavori e gli appassionati.

È stato presentato un esposto di richiesta alla Camera Moda di Milano, in cui viene chiesto di prolungare la durata della Fashion Week ai fini comunicativi dei designer che si vedono costretti a movimenti troppo fugaci per l’importanza del messaggio che vogliono trasmettere con il proprio lavoro.

Questa richiesta è stata proposta da Giorgio Armani. Chiude lui la Settimana della Moda, riconfermandosi al di sopra di ogni dinamica di marketing fine a se stessa.

Non esistono i trends, non esistono le tendenze, esiste la visione pura ed essenziale della realtà: Armani, come sempre – ed ogni volta in modo eccellente – guarda al viso delle donne e veste i loro corpi non con il fine ultimo di un red carpet ma con l’intenzione di una passeggiata in centro a Milano, dove si dice stufo di vedere donne in mutande (forse richiamando proprio quel trend che vede culottes esasperate in ogni salsa su moltissime passerelle?).

“Fiori d’Inverno”, il nome della collezione Fall 2024 di Giorgio Armani, uno straordinario scenario bucolico in chiave invernale, che trae ispirazione dalla natura con il significato di bellezza eterea.

I fiori, quindi, sono i protagonisti assoluti, ricamati, stampati, intarsiati, sviluppati su lana, raso o velluto; la collezione è poetica, coerente con lo stile Armani, pulita, dalle silhouettes equilibrate, con una palette colori profonda ed avvolgente tipica di un inverno gelido.

Se da un lato vediamo creazioni perfette per eventi mondani, dall’altro incontriamo cargo, soprabiti e tonalità greige, look pensati per il giorno, efficaci ma allo stesso tempo sublimati dalla costante presenza dei fiori.

Apre la sfilata una modella d’eccezione per il panorama odierno: Gina di Bernardo, volto tra i preferiti di Armani per le sue campagne degli Anni ’80-’90. A tal proposito, segnaliamo la mostra fotografica “Aldo Fallai per Giorgio Armani, 1977-2021”, presso l’Armani Silos a Milano, fino all’11 agosto 2024 sarà possibile ammirare parte delle campagne figlie del sodalizio pluriennale d’autore Armani-Fallai.

Tornando allo show, è come assistere ad uno studio vero e proprio della realtà che ci circonda, la natura è il primo e ultimo senso dell’esistenza.

Delicata, elegante, sobria, presente senza esaltazioni, sussurrata; il simbolismo dei fiori fa da sinfonia alla melodia Armani, di cui il Re diventa sia direttore d’orchestra che sociologo. 

Giorgio Armani guarda alla realtà con analitico distacco, ripudia la moda quando essa diventa solo moda, la celebra nell’identità di compagna giornaliera degli individui.

Un buon regnante è giusto, equilibrato, guarda agli interessi del popolo, tiene alto l’onore della sua corona; Re Giorgio si riconferma sempre al di sopra di ogni aspettativa, interessato sul serio ai corpi che vestiranno le sue creazioni, conscio che ogni corpo è una persona e da tale va rispettata nella cosa più importante che possiede: la normalità, troppo spesso banalizzata negli ultimi tempi.

In un mondo moda-marketing che cerca di stupire con architetture frenetiche e provocazioni costanti, Armani riesce ad ammaliarci tutti con il più prezioso dei doni: l’identità.

I Fiori d’Inverno nascono in condizioni atmosferiche difficili, ma sanno essere di una bellezza e di una forza inimitabili, in condizioni di merch and trends a tratti soffocanti, riescono ad essere il vero giardino di splendore della Milano Fashion Week.

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La moda attende Alessandro Michele

Ciò che è stato detto, letto e scritto su Alessandro Michele sembra essere solo l’inizio di una straordinaria storia nel mondo della moda. Dal momento in cui questo giovane romano è esploso sulla scena, il suo percorso è stato un susseguirsi di apprezzamenti, critiche, provocazioni e supposizioni.

Classe 1972, il sogno di diventare scenografo, che potrebbe aver realizzato in un certo senso grazie alla sua visione unica della moda, il percorso di apprendistato accanto a figure come Karl Lagerfeld, Silvia Venturini Fendi e Frida Giannini.

Nel 2015, Marco Bizzarri gli offre la direzione creativa di Gucci e con soli sette giorni di tempo, Michele presenta una collezione uomo che anticipa l’estetica unica che sarebbe divenuta la sua firma: genderless, eccentrica, esasperata ed eterea.

Il successo arriva in rapida successione, con stimoli creativi, presenze su red carpet e amicizie nello show-bitz. Michele stesso è circondato dall’aura tipica di un’opera d’arte, dalle sue apparizioni apparentemente trasandate a fine sfilata, in netto contrasto con le sue creazioni, alle comparse pubbliche in cui si trasformava.

Ricordiamo il Met Gala del 2022, nelle vesti di gemello di Jared Leto, uno dei suoi ambassadors, o il Met Gala del 2019, in cui indossava abiti di porpora olografica al fianco di Harry Styles, il perfetto esempio della riuscita estetica Gucci-Michele.

La passione per la gioielleria, ereditata dalla nonna e l’espressionismo social silente contribuiscono a creare un’immagine di Michele come qualcosa che va oltre il semplice personaggio pubblico. Le sue stories sui social sono criptiche, raffigurano dettagli d’arte e paesaggi antichi, offrendo uno sguardo personale che va oltre l’apparenza.

Nel 2022, Michele annuncia la fine della sua collaborazione con Gucci. I suoi seguaci, quasi come adoratori, hanno vissuto un lutto e speculato sulla fine di un’era per Gucci, sperando in una nuova direzione creativa di Michele in una Maison che gli avrebbe concesso ancora più libertà espressiva. Aspetto fondamentale: la moda è anche business, ed il Gruppo Kering ha scelto una visione divergente da quella di Michele.

“Il rapporto più intimo che abbiamo con un oggetto” – così Michele descrive la moda, spogliandola di canoni e pregiudizi. La sua visione disinteressata al mercato della moda e la scelta di seguire il proprio gusto personale hanno trasformato il mondo moda-marketing in un’arte autentica.

La sua filosofia artistica va oltre il design, abbracciando la passione per l’arte, la musica e la letteratura: Michele fa della sua espressione stilistica un’opera d’arte, invitando al disordine della libertà in un mondo che cerca l’ordine e la minimalità estetica.

Le radici sono nell’infanzia, nell’idea che durante il carnevale tutto sia possibile. Michele invita a vivere la libertà fanciullesca anche nell’età adulta, sfidando le convenzioni con le sue creazioni. “Utilizzo l’ordinario per addizionarlo ad un elemento solo che fa diventare stranissimo l’ordinario”, afferma, mostrando sovrapposizioni, colori e imperfezioni nelle sue collezioni, trasformando ogni sfilata in uno spettacolo teatrale incantevole.

Si brama un suo ritorno sulle passerelle, chi lo sogna da Chanel, chi lo immagina in veste di direttore creativo di Bulgari, chi spera in un exploit indipendente, ma Alessandro Michele è molto di più: è un genio che ha tanto da dire e raccontare, una sorta di leggenda vivente che paradossalmente potrebbe insegnare la moda (la vita, come sostiene in più occasioni – “la moda si è ripresentata a me ed ha detto: piacere, sono la vita”) anche seduto al tavolino di un bar in piazza.

Non si può pensare ad Alessandro Michele senza meravigliarsi: il più grande regalo che ha fatto agli individui, attraverso le sue creazioni, è stato abbattere il concetto di binarismo ed elevare quello di corpo come territorio di liberà.

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La moda di Chiara Masetta

Dalla Sicilia alla Liguria, Chiara Masetta fashion designer emergente affronta uno dei viaggi fuori porta più intensi della sua carriera.

Formatosi a Palermo, Chiara ci racconta un po’ del suo percorso artistico, come inizia e le soddisfazioni durante la strada. Si specializza in collezione e confezione d’alta moda a Roma per poi spostarsi a Malta dove ha modo di lavorare dal 2016 al 2017 come direttore artistico per alcune aziende. Alla fine del 2017 rientra in Sicilia dove apre uno showroom in società con una collega, per poi invece dedicarsi alla nascita nel 2023 del suo sito personale e online chiaramasetta.com

L’etica del suo brand rispecchia la visione della designer, puntando sull’unicità dei capi lavorati a mano e sopratutto contrastando quello che è il fast fashion, promuovendo una moda che vuole i suoi tempi per essere perfetta. Perfetta per chi vi chiederete! Chiara Masetta ha come obiettivo anche quello di favorire le donne curvy, allontanandosi dalle conformi taglie dettate dal fashion system!

Dopo il suo rientro in Sicilia decide di aprire la sua azienda e-commerce con sede legale a Sant’Agata di Militello, senza però limitarsi al territorio. La partecipazione di undici delle sue creazioni all’interno degli eventi dell’ultimo Festival di Sanremo 2024, si può considerare l’attuale apice della sua carriera.

Mosse dalla curiosità di saperne di più, abbiamo la designer Chiara.

Quando nasce la passione per la moda?

La passione per la moda nasce quando avevo 16 anni: Ero una ragazzina e la moda nei primi anni del 2000 non era  esattamente così piena di alternative, quindi sentivo spesso l’esigenza di trovare qualcosa che mi appartenesse, che mi stesse come volevo io, che nascondesse i miei punti deboli per esaltare quelli di forza.

Sapevo che dovevo essere io a creare le condizioni per sentirmi bene nei miei vestiti e sapevo che come me molte altre ragazze e donne vivevano le stesse difficoltà.

Quindi ho deciso di intraprendere questa strada con l’intento di dover cambiare qualcosa. Infatti oltre a trattare le taglie standard tratto anche la linea curvy, perché è importante che una donna non si senta più dire in un negozio: “Non ho nulla della sua taglia”.

Quali sono le tre parole che caratterizzano il tuo brand Chiaramasetta?

Eleganza, inclusione, colore!

Parlaci della tua esperienza sanremese! Com’è nata questa opportunità?

Ho aperto il mio brand un anno fa e sentivo l’esigenza di crescere e di portarlo ad un livello superiore. Così ho iniziato a propormi in giro per delle sfilate, fino a quando un’agenzia mi ha proposto di partecipare agli eventi legati al festival. Ho accettato immediatamente, in 21 giorni ho realizzato 11 abiti ed è iniziata l’avventura.

Hai un tessuto preferito per la realizzazione dei tuoi abiti?

Di sicuro mi piace lavorare tantissimo la simil pelle. È un tessuto comodo, elasticizzato, facile da manipolare e di grande effetto estetico. Mentre per le collezioni estive mi esprimo benissimo con pizzi, cadie e popeline. in fibre naturali perché la pelle in estate ha bisogno di un trattamento e una cura maggiore.

Oggi, con l’esperienza, quali consigli ti senti di dare a chi sceglie la tua stessa strada?

Sento di dire a tutti di fare questo lavoro con l’entusiasmo giusto, di trovare la ricetta perfetta che ha come ingredienti: studio e ricerca, buon gusto, sperimentazione, creatività, talento e tanta tecnica.

È una passione che si trasforma in una professione e come tale ha bisogno di tutta la vostra forza e la vostra attenzione. Consiglio di non farsi mai influenzare da chi vi dice di mollare e di concentrarvi su altro, perché perdereste l’opportunità di fare il lavoro più bello del mondo

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Thom Browne e le favole

C’era una volta, in mezzo alla frenesia della grande mela, una cornice desolata e quasi surreale, dove un paesaggio innevato celava al suo interno una casa in disuso. Appena fuori di essa sorge un albero, una volta uomo, le cui braccia sono state sostituite da rami scuri e appassiti presenti anche sul suo copricapo.

Questo particolare “arbusto” però indossa un enorme piumino, lungo 9 metri, dal quale fuoriescono quattro piccoli modelli in completi eleganti compresi di giacca nera e shorts, per presentare la linea bambini di Browne.

I quattro “neonati” si apprestano poi a seguire la prima modella, palesatasi come un presagio funesto, avvolta in una stola di smoking ormai logoro, al di sotto del quale un corpetto trompe l’oeil in twill di seta bianca tenta di donare quel senso di eleganza evidentemente ormai perso nel tempo, ma non ancora del tutto spento.

Poco dopo inizia la consueta presentazione della collezione, composta da abiti sartoriali e cappotti dalle silhouette esagerate e imponenti. Arricchiscono l’elaborato anche tweed di denim stracciato e rose cucite in raso, flanelle di lana e intarsi di velluto, applicati su moiré di seta bianca. Completano il tutto poi accessori quali calzature con tacco imprigionate all’interno di uno strato di vinile impermeabile.

La palette cromatica non presenta toni particolarmente brillanti, il bianco e il nero la fanno da padroni, sebbene si accennino delle sfumature di grigio e dei piccoli dettagli rifiniti in rosso, blu e bianco per sottolineare anche in maniera minima l’appartenenza al brand.

Un’atmosfera gotica e genderless!

Accompagnati da una colonna sonora cheta e dalla risonanza spettrale, unita alla voce dell’attrice Carrie Coon, che vocalmente interpreta poesie di Edgar Allan Poe, i modelli procedono in linea discostante, alcuni decisi, altri incerti,  quasi spaesati, persi in un’atmosfera gotica la cui potenza visiva risulta evidente, infatti, nulla accade se non questo confuso avanzare dei “corvi” di Browne, eppure è impossibile distogliere lo sguardo, tutti gli spettatori sono rapiti dalla scena presentatasi dinanzi ai loro occhi.

Quest’esecuzione, unita all’accostamento di diversi materiali, crea una qualche sorta di armonia in mezzo all’oscurità angosciante, ma che allo stesso tempo trasmette tranquillità e speranza, ed è così che il caos si trasforma in bellezza. Complice di questo anche un’estetica genderless, mai assente nei moderni fashion show. Accade infatti che anche i modelli di sesso maschile presentano il volto decorato con trucco scenico completo di un acceso rossetto rosso cremisi, chiaro rimando al cinema muto degli anni ruggenti.

Lo show della collezione Thom Browne, curato dalla truccatrice britannica e creatrice di “wearable artIsamaya Ffrench, si conclude poi esattamente come era cominciato, con una ulteriore performance a precedere l’uscita finale dello stilista che porta con sé un enorme cuore scarlatto, in regalo al suo compagno (lo show si è infatti tenuto il giorno di San Valentino).

Accade che all’improvviso, un enorme insetto in palette dorata (interpretato dalla modella Alex Consani) si palesa all’interno della scena. Il coleottero viene spogliato della sua corazza in jacquard dai quattro neonati visti all’inizio, che rivelano così un completo composto da un cardigan con bottoni dorati e una gonna ampia rItraente il lugubre volatile, completa il tutto un fiocco con i colori del brand.

La peculiarità di quest’ultimo pezzo è rappresentata dalla distinzione cromatica rispetto ai pezzi proposti in precedenza, la quale tonalità spicca in mezzo alle altre lasciando l’atmosfera lugubre e scura e portando un messaggio di luce e speranza.

Chi acclamava lo stile minimal come top trend di questa nuova stagione dovrà immancabilmente ricredersi alla vista di quest’esecuzione. Thom Browne e non solo, riporta in auge la fantasmagoria tipica degli anni 90, dove a palesarsi sulla passerella non era solo un prodotto, ma una vera e propria performance artistica, che ha fatto appassionare generazioni intere al mondo della moda. Sebbene l’ispirazione al Corvo del già citato Edgar Allan Poe risulti evidente, dopo uno show del genere, si può dire di tutto, ma non certo “mai più”.

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Lo scenario di Maison Margiela: Artisanal ss24

John Galliano is back! Sembra di essere tornati alla sera in cui il fashion system lo cacciò, fra i tavoli di quel bar, nella notte di quel dicembre. Le parole suonate raccontano la punizione, la solitudine, la fuga e il rifugio trovato qui, sotto il ponte Alexandre III. Perdere tutto e trovare se stessi. “It’s me myself and I”, siamo io e me suona Lucky Love.

La sua estetica, che ci aveva ammaliato come mai nessun altro era stato capace in Dior, adesso è qui in Maison Martin Margiela, potente nella sua verità. E in questo scenario intimo e onirico c’è tutto il racconto del sé: i segni di un bustier stretto da togliere il fiato, lo sfarzo ingannevole di una collana di perle, le crepe sul pavimento.

Protagoniste sono le sue bambole di sempre, adesso rotte, si rialzano dalla polvere e riprendono a camminare, sbilanciate, dinaccolate, rattoppate. Le texture sono logorate, le silhouettes costruiscono nuovi volumi con cui mettersi a nudo nella propria fragilità e bellezza. Alcuni di questi ricordano i look timeless creati a suo tempo per Dior, oggi zoombie tornati da un lungo silenzio.

La moda ci offre l’illusione di appartenere a un mondo appositamente disegnato, ci invita a sognare e a comunicare attraverso un concept e la costruzione di Abiti da abitare. Quando la moda tornerà a far capo alla sensibilità stilistica con cui soltanto un creativo può esprimersi, lontano dalla mercificazione del prodotto, forse torneremo ancora a commuoverci, a identificare un capo con un’emozione, a raccontare la personalità di ciascuno come dimostra oggi questa sfilata, capolavoro dirompente di un decennio noioso, ordinato e spesso fin troppo signorile.

Vedi qui la sfilata http://h5ps://www.youtube.com/watch?v=DgMJq67ZOwE

Courtesy of Pantone 5

Peach Fuzz, l’abbraccio dell’alba per un nuovo inizio

Il Pantone Color Institute, servizio di consulenza interno a Pantone che prevede le tendenze cromatiche globali e fornisce consulenza alle aziende sul colore nell’identità del marchio e nello sviluppo del prodotto per l’applicazione e l’integrazione del colore come risorsa strategica, ha decretato il colore ufficiale del 2024, e questa volta a rappresentare l’anno in corso sarà il Pantone 13-1023, anche detto “Peach Fuzz”. 

L’annuncio non segna solo una svolta di tendenza nel colore generale rispetto all’anno appena passato ma anche il 25º anniversario del programma Pantone Color of the Year, iniziato nel ‘99 quando venne annunciato il primo colore da parte di Pantone, il 15-4020, “Cerulean Blue”. Questa iniziativa si era proposta come obiettivo il voler riflettere attraverso una scelta di carattere cromatico lo stato d’animo della società a livello globale.

Peach Fuzz nella sua leggera sonorità trasmette in chi lo osserva una sensazione di calorosa bontà e cheta morbidezza. Attraverso questa sfumatura, che ricorda un’alba romantica, si insinua in noi la convinzione di poter sempre avere la possibilità di rincominciare da capo, in un periodo storico dove più che mai è importante perseverare nella ricerca di una qualsiasi speranza.

La pandemia di COVID-19 unita tutti gli avvenimenti socio politici che hanno travolto il mondo negli ultimi anni hanno reso le comunità sempre più tese e distaccate le une dalle altre. Attraverso la scelta di questo colore, Pantone sembra voler sottolineare quanto invece il senso di comunità e la gentilezza possono essere un valore aggiunto a quello che è il comporsi della società, donandoci un senso di pace interiore, che abbiamo il dovere di condividere con il mondo che ci circonda, invitandoci inoltre ad arricchire e nutrire la nostra mente in una colorazione tenue e sofisticata che crea una chiara amalgamazione d’idee fra antico e contemporaneo.

A seguito di tale scelta, Laurie Pressman, Vicepresidente del Pantone Color Institute ha dichiarato:

“Con il Pantone Color of the Year 2024 di quest’anno, vediamo una maggiore attenzione verso la comunità e le persone di tutto il mondo che riformulano il modo in cui vogliono vivere e valutano ciò che è importante, ovvero il conforto di essere vicini a coloro che amiamo. Il colore è quello il cui abbraccio caldo e accogliente trasmette un messaggio di compassione e la cui accogliente sensibilità unisce le persone e arricchisce l’anima”

Un cambio di rotta evidente rispetto a quello che fu il colore del 2023, Viva magenta 18-1750, che racchiudeva in sé delle sfumature scure dall’impatto più crudo e violento, quasi in linea con i tragici eventi che hanno scandito lo scorrere dell’anno passato.

Il colore ha trovato già largo uso nel mondo dell’Interior design, da quest’ultimo ritenuto creatore di atmosfere accoglienti e tranquille, costruendo spazi volti al relax e alla crescita personale. Questo colore sembra infatti donare a chi lo guarda delle sensazioni che vanno oltre la vista ma che nutrono anche il gusto e l’olfatto, ricordando il dolce frutto che tutti noi abbiamo assaggiato nelle calde giornate d’estate e che ci ha donato sollievo attraverso la sua freschezza e la dolcezza in esso racchiuse.

I suddetti ricordi che questo colore rifiorisce, contribuirebbero a istigare in noi dei pensieri di tranquillità che possono aiutarci a rivivere i momenti più idilliaci della vita riportandoci nel passato preparandoci però per il futuro, ricordarci perché bisogna stare vicini alle persone che amiamo in un abbraccio caldo e accogliente.

Un colore che sussurra innovazione e guarigione, ricerca della serenità e di una felicità non esclusiva, ma che può essere condivisa, amata e provata da tutto il genere umano, qualcosa di cui tutto il mondo, ora più che mai, necessita.

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“Una di noi”, il ritorno a Firenze di Luca Magliano

Una lunga discesa dalla scala frontale del Nelson Mandela Forum di Firenze segna l’inesorabile ritorno nel capoluogo toscano di Luca Magliano, che presenta ufficialmente la sua collezione Fall/Winter 2024-2025 in occasione di Pitti 105.

La collezione presenta un assortimento di cappotti oversize e capi di maglieria riutilizzati come giacche, completi eleganti la cui morbidezza accarezza gli occhi dello spettatore e borse in plastica che fungono da accessori, completano poi l’opera calzature da lavoro riadattate in chiave street. Questo “ricco” assortimento trova in sé anche spazio per la politica, con una t-shirt rappresentante una caricatura di Leonardo da Vinci imbrattata dalla dicitura «Leonardo una di noi». 

I capi della collezione sono stati sviluppati in collaborazione con brand di punta della manifattura made in Italy: Untag (Per i binder); Borsalino (Per i cappelli); Kiton (Per i capi sartoriali).

I modelli percorrono la scalinata in un ritmo lento, costante, pigro, quasi trascinato, non curante della velocità con cui il mondo avanza intorno a loro nel suo continuo defluire d’impazienza.

Completa l’esibizione un’impegnativa risalita della scalinata, stavolta di spalle, sulle note di “La domenica delle Salme” di Fabrizio De Andrè e Mauro Pagani. Il brano, da sempre stendardo della tipica provocazione deandrediana, rappresenta il rifiuto della sempre più dilagante stretta del politicamente corretto in un’atmosfera ribelle e irreverente, calata su di un mondo di cupo sconforto.
Gli abiti di questa collezione sembrano rappresentare il mondo che ci circonda. Ciò che può sembrare un accostamento pigro e senza impegno, in realtà nasconde un significato più profondo.

Esso non è il risultato del tanto famoso “tuffo nell’armadio” ma bensì un’espressione pura e semplice di individualità in un mondo che dopo guerre e pestilenza tenta di ritrovare un’armonia nella sua semplicità.

Pitti Uomo si sa, è da sempre la kermesse della moda maschile ed è proprio in questo che Magliano tenta di differenziarsi dando spazio anche alla figura femminile, riadattata in chiave più fluida, confermando per l’ennesima volta il superamento del concetto che fu la distinzione tra capo da uomo e capo da donna. Tutti i modelli infatti, sebbene di generi diversi, appaiono androgeni e perfettamente adagio nella loro essenza, che va oltre il genere di nascita.

La collezione rielabora il tradizionale concetto di mascolinità in una chiave più moderna e rilassata, senza dimenticarsi di lasciare un’impronta queer sul terreno dove il dandy e lo skater hanno trovato il connubio.

A cinque anni dal suo debutto in Pitti, Magliano lascia dietro di sé una passerella dal messaggio politico deciso e forte, anche nella sua semplicità attraverso un’eleganza esclusiva, ma popolare.