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Quando l’arte incontra il design: i gioielli di Federica Scillia

Federica Maria Scillia è una giovane orafa siciliana, designer del gioiello e gemmologa, è anche la
creatrice della collezione “Les Petites”.

Federica Scillia nel suo laboratorio | Fotografia di Simona Di Stefano @simonadst

Classe 1991, nasce a Palermo, e dopo aver conseguito la maturità classica, Federica, sceglie di
frequentare l’Harim, Accademia Euromediterranea di Catania, che le consente di approfondire e
perfezionare le proprie capacità pratiche e artistiche nel settore orafo. Filo conduttore di tutta la sua
vita è stata, infatti, la passione per il disegno e la creazione artigianale, il particolar modo di monili
preziosi.
Conseguito il Diploma di Laurea nell’anno 2017, Federica partecipa e vince un concorso
indetto dalla Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte di Milano che le consente di intraprendere uno
stage lavorativo presso il laboratorio orafo del maestro Salvatore Messina, a Catania, per
perfezionare e mettere in pratica quanto appreso durante gli studi.

Sviluppatesi le sue già innate capacità di apprendimento e di creatività, e subito dopo aver terminato
lo stage, la giovane designer viene assunta dal maestro Messina e per arricchire il proprio bagaglio
professionale, consegue anche un diploma di gemmologia presso IGI Antwerp.
Noi di Madin siamo andate ad intervistarla direttamente nel suo laboratorio:


Raccontaci chi sei!

Sono un’orafa, designer del gioiello e gemmologa orgogliosamente siciliana, ma prima di essere
quanto detto, indubbiamente, sono una “dreamer” una persona che crede nelle proprie potenzialità e
nei propri sogni.


Come nasce la passione per i gioielli?

Indubbiamente la persona che mi ha trasmesso la passione per i gioielli è stata mia madre. Ricordo
che quando ero piccola la ammiravo mentre li indossava, ma, non desideravo solamente emularla,
io avevo desiderio di creare dei gioielli. Ho ritrovato un quaderno, che custodisco gelosamente,
dove da bambina disegnavo le mie parure preziose. Da adolescente, grazie all’aiuto di mio padre e
di alcuni strumenti rudimentali ho poi cominciato a realizzare i miei primi gioielli in filigrana
d’argento.

Dettaglio saldatura | Fotografia di Simona Di Stefano @simonadst


A cosa pensi quando crei?

Immaginate gli ingranaggi di un orologio, perfetti e coordinati tra loro, ecco, questa è l’idea che ho
della mia mente quando creo. Bisogna stare attenti a non commettere errori di esecuzione durante le
varie fasi di lavorazione del gioiello, ma nello stesso tempo, da designer, bisogna saper mettere quel
dettaglio in più per arricchire e rendere unico il gioiello che stai creando.


Come si chiama la tua prima collezione?

La mia prima collezione si chiama “Les petites” realizzata interamente a mano in oro e argento.
Design minimal e linee sottili, questa collezione è stata ideata per chi vuole indossare un dettaglio
prezioso.
Ho voluto provare a mettermi in gioco in prima persona, per la prima volta e devo dire che è andata
piuttosto bene, i gioielli sono stati apprezzati dalle clienti di tutte le età.


Progetti in cantiere?

La vita di un designer è sempre un “cantiere”, ho mille progetti per la testa, ma concretamente sto
già realizzando la collezione primaverile per la linea “Les petites”.

Visita il profilo di madin su Instagram per scoprire il video!

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Il Metaverso dei gioielli: le opere di Kris Ruhs

Nel 2016 la Fondazione Sozzani, di Carla Sozzani, luogo di sperimentazione e promozione delle arti visive tra fotografia e moda, si apre al metaverso e alla crypto arte, concependo una mostra di opere create dal noto artista newyorkese Kris Ruhs. Tali opere si esplicitano in una particolare collezione di gioielli scultorei “NFT Genesis Jewelry” progettati per essere indossati nella realtà aumentata.

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Kris Ruhs, classe 1952, frequenta la School of Visual Arts di New York City, città natale in cui apre il suo primo studio creativo. Sin da subito si distingue per la sua capacità di percepire ogni materiale con una potenzialità strutturale elevatissima, lavorandolo in modo tale da estrapolare tale potere e renderlo visibile e andare oltre i consueti confini della scultura e della pittura. In quanto artista esploratore, Ruhs sperimenta la forma in relazione alla luce, gioca con la percezione del materiale e la sua espressione riflessa, come avviene soprattutto per la collezione di gioielli da poter esplorare all’interno del sito personale dell’artista (http://www.krisruhs.com/). Ed è proprio attraverso i gioielli che Ruhs esplora un ulteriore mondo, quello del metaverso.

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Ormai da diversi anni il metaverso è entrato a far parte della nostra vita, aggiungendo una dimensione ulteriore al mondo circostante. Nell’arte e nella moda è un contenitore di infinite possibilità creative e percettive come nel caso della collezione “NFT Genesis Jewelry” in mostra alla Fondazione Sozzani. La reale possibilità per la Fondazione di entrare nel mondo del metaverso, nasce grazie all’amicizia con TailorVentures, fondatore della società di Venture Capital del settore tecnologico, che ha ideato la piattaforma Xbinary e curatore del progetto NFT Genesis Jewelry.

Per l’occasione sono stati selezionati da Xbinary sette pezzi unici di gioielli scultorei di Kris Ruhs, provenienti dal suo archivio, etrasformati nelle loro repliche digitali con la realtà aumentata, resi disponibili all’interno del marketplace di DressX, piattaforma internazionale di moda digitale.

“NFT Genesis Jewelry permette di vivere un’esperienza interattiva, immersiva, e di esplorare l’arte digitale con lo scopo di limitare il consumo permettendo di scegliere consapevolmente un pezzo di arte da indossare digitale o fisico”.

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XBINARYtransforms,adapts, andtranscriptsacuratedselectionofartworksto thedigitalrealm,creatinguniquecryptoartpieces,augmentedrealityexperiencesandMetaverse-readycollectibles”.

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All’interno della piattaforma si possono trovare le tre attuali mostre attive, “Jenesis Jewlery”, “Heroes Hexhibition” appartenenti alla Fondazione Sozzani, ed “Heroes Drop 1” per Foundation Mktpl. 

Il mondo digitale rende così possibile indossare in una realtà diversa da quella materiale, oggetti, gioielli virtuali e altro anche in momenti quotidiani della vita. Equivale ad un investimento secondo Tailor Ventures, esperto in sicurezza informativa il cui progetto di Xbinary nasce semplicemente con l’intenzione di avvantaggiare il mondo luxury. 

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Tailor afferma “L’idea è partita dallo spunto di DressX, piattaforma di moda digitale con cui collabora, la quale che traspone nella realtà virtuale le collezioni nate nel mondo fisico. Associando questo concetto a quello di NFT, ecco XBinary: rendere indossabile, magari durante una video call, un gioiello virtuale trasformato a sua volta in un’opera d’arte digitale, perfettamente tridimensionale ma soprattutto unica”.

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Il genio e l’avanguardia di Walter Albini

Walter Albini può essere definito come il protagonista indiscusso della moda italiana, il creatore del ready-to-wear, che ha plasmato un’eredità indelebile per il fashion system attraverso la sua straordinaria carriera. Nasce il 3 marzo del 1941 a Busto Arsizio come Gualtiero Angelo Albini, e dopo aver frequentato, come unico ragazzo, l’istituto d’Arte, Disegno e Moda di Torino a soli diciassette anni lavora per riviste e giornali come illustratore nelle sfilate d’alta moda da Roma a Parigi.

E proprio a Parigi, dopo aver incontrato Coco Chanel in persona e Mariuccia Mandelli, Albini torna a Milano, dove intraprende un percorso che avrebbe rivoluzionato il concetto stesso di stile, consolidando il suo ruolo di icona nel panorama internazionale della moda. Si dice che la figura dello stilista, per come la conosciamo oggi, sia nata proprio con Albini e che sia stata la stessa Anna Piaggi a coniare ed utilizzare questo termine riferendosi per la prima volta proprio a Walter Albini, l’artefice del prêt-à-porter, il primo ad inserire nelle sue sfilate la musica.

Nonostante sia un artista e uno stilista purtroppo poco conosciuto, nel mondo della moda e dell’arte in generale, la sua importanza nel contesto del “Made in Italy” è assoluta, e risiede nella sua fervente difesa dell’artigianato italiano e nella promozione di standard qualitativi elevati. Albini, collaborando con rinomate case di moda, ha contribuito a posizionare l’Italia come epicentro di eccellenza nella produzione di abbigliamento e, in particolare, la svolta distintiva nella sua carriera si è manifestata negli anni ’70 quando ha osato presentare collezioni uomo e donna nello stesso défilé. Questo gesto, così audace e progressista per quegli anni, non solo ha anticipato la tendenza all’unisex, ma ha anche ribaltato le convenzioni tradizionali, confermando la sua reputazione di innovatore e anticonformista intramontabile.

Il suo stile distintivo, caratterizzato da linee pulite, tessuti pregiati e attenzione meticolosa ai dettagli, ha definito un’estetica che va oltre le mode effimere, consolidando la sua influenza nel mondo della moda. La sua dedizione all’arte e alla cultura si è manifestata nella collaborazione con artisti contemporanei, integrando opere d’arte nelle sue creazioni e creando un connubio unico tra moda ed espressione artistica. La visione di Albini si estendeva oltre il semplice atto del creare abbigliamento, egli infatti, dando vita per la prima volta alla collaborazione tra la figura del designer e quella del produttore, abbracciò l’idea che la moda fosse un’espressione tangibile di identità e creatività e che attraverso l’unione e la cooperazione di più menti creative ciò potesse acquisire ancora più risonanza.

Questa filosofia ha contribuito a ridefinire il concetto stesso di moda, trasformandolo in un’esperienza a 360°, non più individuale e materiale, ma collettiva, visiva e sensoriale. Seguendo questo suo ideale su ciò che poteva e doveva essere la moda, Walter Albini fu il primo direttore creativo a collaborare con numerose case di moda e disegnare personalmente le loro collezioni, come per Etro con la progettazione di tessuti stampati e per Ferrè nell’ideazione di accessori. 

In conclusione, Walter Albini è stato più di un semplice stilista; è stato un pioniere che ha plasmato il corso della moda italiana. La sua dedizione all’artigianato, la sua audacia nell’innovazione e la sua fusione di moda e arte hanno contribuito a definire il “Made in Italy” come sinonimo di eleganza senza tempo e qualità senza compromessi, rendendo il suo contributo una pietra miliare nella storia della moda mondiale. La sua prematura scomparsa il 31 maggio 1983, a soli quarantadue anni, non ha affievolito l’eredità di Walter Albini, al contrario, il suo impatto perdura, influenzando generazioni successive di designer che continuano a celebrare la sua audacia e innovazione.

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Milano Fashion Week: Gucci “ancora” da scoprire

I fiori nascono per ricordarci quanto la pioggia sia necessaria, e sbocciano per dimostrarci l’importanza di concedersi del tempo ed essere pazienti.

Con questa analogia potremmo riassumere l’ultimo show di Gucci per la sua collezione Spring Summer 2024, presentata in occasione della Milano Fashion Week 2023 e curata da Sabato De Sarno.

La collezione s’intitola Ancora, e segna l’esordio ufficiale di De Sarno alla direzione creativa della maison Gucci, in successione di Alessandro Michele.

L’interno di un locale buio e tetro (ironia della sorte scelto proprio a causa delle condizioni atmosferiche del capoluogo lombardo in questi giorni) vede sfilare scarpe con zeppa, abiti sottoveste rifiniti in pizzo e capispalla in pelle con borse abbinate, pantaloncini sartoriali, tute corte eleganti e molto, molto rosso, da sempre colore iconico della maison. A completare la cornice il dettaglio brillante presente su numerosi capi appartenenti alla collezione che sembrano provenire direttamente dagli archivi della casa di moda.

Se vista nel complesso, la collezione presenta capi piuttosto basici, indossabili perfettamente nella quotidianità di tutti i giorni, ma nonostante questa considerazione, in essi risultano evidenti le impronte di leadership creativa che il novizio De Sarno ha lasciato nella maniera più pratica e funzionale, nonché gradevole da un punto di vista stilistico e visivo. Da quando Alessandro Michele ha annunciato la sua dipartita dalla carica di direttore creativo nel Novembre del 2022 infatti, le sfilate della casa di moda italiana non avevano convinto molto gli osservatori. Esse infatti, nonostante vi fosse lo sforzo da parte di Gucci di conquistare gli spettatori attraverso delle suggestive location, risultavano pregne dell’assenza di una guida, di un filo conduttore comune, e questo ha portato molti a definirle come gigantesche arrampicate sugli specchi, perpetrate in attesa di un salvatore che trasportasse l’azienda in una nuova era.

Ad oggi, l’attesa è stata ripagata. Si può affermare che De Sarno abbia svolto perfettamente il suo ruolo cambiando decisamente rotta dal regime precedente, caratterizzato da un perpetuo tocco di stravaganza ed esagerazione, quasi associabile al camp. Dal canto suo, il nuovo direttore creativo nella sua semplicità porta in scena abiti che colpiscono chi gli osserva anche senza l’ausilio di accessori eccentrici e/o silhouettes particolarmente voluminose, l’ambientazione stessa sembra comunicare l’intento dell’operato di risultare semplice ma comunque attento ai dettagli e al tempo stesso memorabile.

I cristalli presenti su gran parte dei capi proposti non rappresenta un tentativo di oscurare l’outfit di partenenza, ma bensì un piccolo dettaglio luminoso, gioioso ed effervescente facente parte di uno scenario più ampio, essi ricordano molto la rugiada sui fili d’erba del primo mattino, che implicano l’avvenire di un nuovo giorno, di un nuovo inizio.

La nostalgia dei tempi che furono forse non si è allontanata del tutto, ma quel che è certo è che un nuovo percorso è iniziato per il marchio fondato da Guccio Gucci, da sempre capace di stupire, affascinare ed infondere gioia e colore in chiunque lo indossi, senza mai mancare di eleganza e di ricchezza nei particolari.

Non ci resta dunque che aspettare allora la prossima sfilata per scoprire come Gucci e Sabato De Sarno saranno capaci di stupirci dopo averci già dimostrato che è sempre possibile rinascere, anche dalle piccole cose, ancora e ancora.  

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PRADA, ARTE E IDEE

L’interesse che Miuccia Prada ha sempre avuto nei confronti del mondo dell’arte e del collezionismo d’arte non è mai stato un segreto, eppure questa sua passione non viene mai lasciata trapelare nelle sue collezioni di moda o nelle sue boutique a differenza invece di tanti altri famosi fashion brand.

È stata infatti la stessa Miuccia ad affermare più volte la propria volontà di tenere ben separati il mondo della moda ed il mondo dell’arte, al fine di evitare così dei connubi forse in certi casi troppo forzati e artificiosi. Tuttavia è impossibile citare il nome della maison Prada senza pensare al legame che unisce a doppio filo questa casa di moda con l’arte.

Fin dagli inizi degli anni Novanta, infatti, Miuccia Prada comincia, insieme al marito e socio in affari Patrizio Bertelli, a collezionare opere di arte contemporanea dei più importanti artisti degli anni Sessanta, dai minimalisti americani a Lucio Fontana o Damien Hirst.

È nel 1993 che i due coniugi danno vita a Milano alla Fondazione Prada, un centro dedicato all’arte e alla cultura contemporanea, con mostre d’arte permanenti ed esposizioni temporanee, concerti, mostre fotografiche, proiezioni di film e spettacoli di teatro e danza. Miuccia Prada ed il marito erano però colleghi d’affari già da qualche anno.

Nel 1978 infatti Miuccia ereditò l’azienda di famiglia che fin dalla sua fondazione, nel 1913, era specializzata in pelletteria ed accessori, ma che con il suo arrivo venne rivoluzionata radicalmente. Proprio dal 1978, infatti, venne lanciata la prima collezione di scarpe e successivamente, nel 1988, si ebbe l’importante passaggio all’abbigliamento con la prima collezione pret-à-porter per donna. Lo stile della maison riflette chiaramente l’animo e il carattere della sua creatrice, Miuccia.

Prada, come ai tempi della sua ideazione, è una maison di rottura, dallo stile iconico, minimale ma mai banale. Fin dalla prima collezione infatti è evidente come la casa di moda non sia mai scesa a compromessi con lo sfarzo e l’opulenza degli anni Ottanta, realizzando un proprio percorso o meglio un proprio stile, basato su linee minimal, con l’attenzione al dettaglio sartoriale, ai tessuti innovativi e all’utilizzo di colori scuri e neutri.

L’obiettivo è sempre stato quello di far sentire libera la donna che veste Prada, sicura nell’ essere sé stessa, senza seguire alcun tipo di stereotipo imposto dalla società. Ecco allora che in passerella la maison, e quindi Miuccia, presenta un femminismo più concettualizzato, che senza grandi manifestazioni mostra comunque una grande forza d’animo.

Tornando alla Fondazione Prada, lo spazio è suddiviso in tre sedi: la principale presso Largo Isarco 2 a Milano, nel quartiere Vigentino, si estende per circa 20.000 metri quadri, la seconda, all’interno della Galleria Vittorio Emanuele II, denominatal’Osservatorio Prada, un luogo dedicato alla fotografia e ai linguaggi visivi che sottolinea il rapporto che si viene a creare tra la fotografia, l’arte contemporanea e la società, ed infine la terza sede, dislocata a Venezia presso il Ca’ Corner della Regina.

Il critico d’arte Germano Celant, scomparso nel 2020, è stato il primo direttore artistico della Fondazione e dal 2015 anche soprintendente artistico e scientifico della stessa, per cui ha concepito e curato più di quaranta progetti espositivi.

Celant fu definito più volte, contro la sua volontà, il padre dell’arte povera, corrente artistica a cui egli stesso diede il nome e di cui creò le fondamenta. Egli diede un grande contributo alla crescita di fama della Fondazione e più volte è stato descritto come un punto fermo tra i continenti, un uomo, cioè, capace di mettere in relazione come pochi la cultura italiana con quella internazionale, europea o americana che sia.

La sua capacità di andare al di la dell’arte e di saper toccare diverse discipline fu fondamentale per la gestione di uno spazio come la Fondazione Prada, luogo in cui di fatti non vive solo l’arte nel senso più stretto di questa parola, bensì tutte le sfaccettature che essa rappresenta e contiene.

La Fondazione Prada, fortemente connessa con la città di Milano ed i suoi cittadini, non va considerata come un classico museo in cui andare ad osservare le opere d’arte in mostra, ma è un vero e proprio spazio culturale e di aggregazione, un luogo in cui la propria curiosità si risveglia in modi diversi, una realtà italiana tra le più visionarie in cui agli artisti è consentito di attuare le idee più stravaganti o irrealizzabili.

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Armani rende tutte le donne indimenticabili.

Chiunque si sia mai avvicinato all’ambiente della moda avrà almeno una volta sentito il detto secondo cui “Armani veste le mogli e Versace veste le amanti”. Risulta strano pensare che quest’espressione, tratta da un’intervista rivolta ad Armani stesso e parafrasata da Anna Wintour nei primi anni 2000, scatenò nei confronti del designer non poche polemiche (la stessa Donatella Versace si professò molto offesa da queste affermazioni, considerandole non di classe e sgarbate).

Certo, si può concordare o meno sulla pertinenza dei toni usati, ma riflettendoci, fu un’affermazione del tutto erronea? Se poniamo a confronto i due titani del made in Italy, risulta lampante anche al più inesperto in materia la differenza della definizione che le due case di moda hanno conferito al concetto di donna e femminilità durante la loro storia.

Fin dagli albori del suo marchio, Gianni Versace ha presentato al pubblico una donna aggressiva, sensuale, libera da ogni costrizione che l’eleganza d’”elite” impone al gentil sesso, (alcuni lo considerano addirittura il precursore dell’era delle top model, colui che portava in passerella anche i personaggi, non solo i prodotti). Dal canto suo invece, Armani ha sempre sdoganato nelle sue creazioni una femminilità elegante, raffinata, attenta alla presenza e alle forme, quasi fastidiosamente perfetta. Ma la proposta del marchio di re Giorgio, è davvero solo questa?

Per rispondere a questa domanda, basterà osservare “la temp des roses”, la nuova collezione privè presentata dalla maison milanese alla couture week 2024, tenutasi a Parigi.

“Rose rosse per te” cantava Massimo Ranieri negli anni 70 e così sembra fare anche Armani, che rende vermiglia la capitale francese per presentare la sua collezione autunno/inverno 2024.

Le composizioni floreali sembrano essere un tema ricorrente sulle passerelle della couture week di quest’anno, e Armani non fa eccezione. Come già viene suggerito nel titolo infatti, le rose ed i fiori trovano spazio nella composizione attraverso il ricamo sugli abiti (alcuni sfacciatamente privi di spalline), che compiono tramite le indossatrici movimenti quasi ipnotici. Trasparenza è un altro concetto chiave dello show.

Tra le diverse alternative di design e materiali proposte dal re regna sovrana una flora variopinta ricamata su tessuti jacquard e chiffon, cristalli rossi su velluto nero, pailette colorate in una pioggia cremisi che richiama all’oriente (in particolare alla cultura nipponica, sempre cara al designer). Alla palette generale non poteva ovviamente mancare un tocco di grigio brillante, da sempre un lascito cromatico di Armani.

Le modelle compiono la loro traversata con un ritmo proprio di una danza, moderato ma deciso, impostato ma libero, in un susseguirsi di silhouette da serata elegante e sensuale, che si adatta rigorosamente ai corpi.

Il colore della passione si presenta poi in tutta la sua preponderante presenza con l’ultima modella che giunge sulla scena indossando un abito che ricorda molto quello di una sposa, che però non porta con sé il tipico candore e il nervosismo che la navata può suscitare, ma anzi si dirige verso “l’altare” con fare forte e agguerrito, una donna che seduce, ma senza mai perdere la consapevolezza di se stessa e del suo potere, della sua eleganza e dignità.

Portato in passerella non è quindi il classico concetto di romanticismo, ma bensì un’interpretazione vibrante ornata di grafiche eteree con accenni dorati.

La donna presentata da Armani non è semplicemente sexy, non è limitata ad uno sgarbato concetto di oggetto. Per Re Giorgio, la donna è paragonabile ad un fiore al cui la rugiada del mattino conferisce una luce ed una brillantezza unica, senza mai sfociare nella volgarità, ma portando con sé un alone di seduzione e mistero, che risultano essere senza dubbio le parole d’ordine in questo tour nel giardino segreto dei pensieri del designer leader indiscusso della moda made in Italy.

NEW YORK, NEW YORK - MAY 01: (EDITOR'S NOTE: This image was captured using a remote camera) Jeremy Pope attends The 2023 Met Gala Celebrating "Karl Lagerfeld: A Line Of Beauty" at The Metropolitan Museum of Art on May 01, 2023 in New York City. (Photo by Neilson Barnard/MG23/Getty Images for The Met Museum/Vogue)

Il tributo a Karl Lagerfeld sugli scalini del MET GALA 2023

Come tutti gli anni, il Metropolitan Museum di New York si è reso il palcoscenico dell’evento da molti definito “il Super Bowl della moda”. Istituito nel 1948 dalla pubblicista Eleanor Lambert come raccolta fondi per il Costume Institute di New York, il Met Gala riesce ogni anno a riunire l’estro creativo di tutti gli stilisti e le case di moda coinvolti nel portare sulla scalinata principale del museo outfit iconici e memorabili, indossati da personaggi molto noti del panorama statunitense e internazionale.

Jeremy Pope attends The 2023 Met Gala Celebrating “Karl Lagerfeld: A Line Of Beauty” at The Metropolitan Museum of Art on May 01, 2023 in New York City. (Photo by Neilson Barnard/MG23/Getty Images for The Met Museum/Vogue)

Il tema della serata varia ad ogni edizione ed il 2023 ha visto tutte le celebrities coinvolte palesarsi con i loro abiti in un tributo a quello che è stato un vero proprio genio della moda, chiedendo agli ospiti di vestirsi ispirandosi a quelle che sono state le creazioni del designer tedesco recentemente scomparso, il tema della serata prende il nome di “Karl Lagerfeld: A Line of beauty”. Va da sé che questo ha comportato una vastissima scelta d’ispirazione creativa per i vari brand coinvolti poiché egli, ricordiamolo, è stato un ufficiale della moda in maniera così poliedrica da includere nella sua carriera la fotografia, l’arte e la direzione creativa, concedendo un grande contributo all’industria in maniera molto versatile e camaleontica lasciando la sua impronta da Chanel, Sandy, Clò, Balmain e fondando persino la sua omonima etichetta.

L’inizio si è rivelato molto promettente, con l’attore e cantante Jeremy pope che ha solcato i gradini del Metropolitan Museum indossando un lungo mantello (ad opera di Balmain) con sopra il volto proprio del designer tedesco.

Il continuo della serata ha poi visto il susseguirsi di omaggi a quella che è stata l’essenza scenica del designer: cravattini, piume, mise di diverso taglio e silhouette rigorosamente in bianco è nero (da sempre colori simbolici dell’ex direttore creativo di Chanel) ma soprattutto tanto, tanto camp che si mescola ad eleganza e raffinatezza.

In una serata del genere non potevano di certo mancare i riferimenti a colei che è stata fino alla fine il “grande amore” di Lagerfeld, la sua gatta birmana bianca Chaupette, alla quale il designer ha affidato in eredità tutto il suo patrimonio. L’ereditiera felina è stata omaggiata – pur non essendo presente fisicamente – dalla cantante Doja Cat, con un abito scintillante firmato Oscar de la Renta ed adornata in volto da un muso felino, orecchie a punta e diadema, ad opera della make up artist Malina Stearns. Il frontman dei 50 Seconds to Mars Jared Leto si è invece presentato con un costume a forma di gatto, quasi come una mascotte.

Lil Nas X, dal canto suo decisamente il più estremo di tutti, si è palesato all’evento con presenza eterea e celestiale, con indosso un trucco argentato (che ha richiesto alla sua creatrice, Pat Mcgreth più di nove ore di lavoro) costituito da più di 200000 pietre Swarowski.

I completi indossati dagli ospiti maschili dell’evento hanno rappresentato il lato più “classic” ma elegante e chic di Lagerfeld, interpretando appieno quello che era il suo personaggio, alcuni anche copiando quelli che sono stati i suoi outfit più iconici da capo a piedi, con tanto di cravattino e guanti di pelle. Dall’attore nostrano Alessandro Borghi allo spagnolo Manu Rios, che presentavo raffinatissime creazioni sartoriali rispettivamente di Gucci e dell’omonimo brand di Lagerfeld ad Asap Rocky, che con un kilt ha omaggiato il look indossato dallo stilista durante l’inchino finale ad una sua sfilata nel 2004. Degno di nota anche il “wonder boy” di Balmain, Olivier Rousteing, che ha reso omaggio ad un’iconica tote bag disegnata da Naco Paris e sfoggiata da Karl Lagerfeld nel 2009, riportante la scritta «Karl Who?»

Le ospiti femminili hanno portato in scena i look più significativi della carriera del designer, come Nicole Kidman con un abito in tulle di seta rosa, ricamato con 250 piume e oltre 3000 cristalli e paillettes d’argento, replica dello stesso da lei indossato nel 2004 per una campagna pubblicitaria Chanel n. 5 diretta da Baz Luhrmann.

Glenn Close e il designer Erdem Moralıoğlu si sono rivolti agli archivi di Chanel per il luminoso abito celeste indossato dall’attrice, ispirandosi alla collezione Autunno/Inverno 1999 realizzata da Lagerfeld per la sopracitata casa di moda.

La cantante Dua Lipa ricrea invece il Tweed look a sua volta indossato da Claudia Schiffer per la Couture collection di Chanel del 1992. Adornata al collo da una collana di diamanti Tiffany & Co. Dal valore di oltre 100 carati. Sempre attraverso il consulto degli archivi di Chanel, Gisele Bündchen indossa un vestito a sirena a strisce glitterate bianche, sovrastato da una spumosa mantella di piume, un look indossato per un editoriale scattato da Lagerfeld per un numero del 2007 di Harper’s Bazaar Korea. 

L’attrice e regista americana Olivia Wilde assieme alla regista australiana-cinese, editor di Vogue China, Margaret Zhang si sono presentate alla cerimonia con abiti direttamente ispirati ad un design che Lagerfeld aveva ideato per la SS83 di Chloé. Anche se di colori diversi (bianco per la Wilde, e nero per la Zhang), i particolari di entrambi gli abiti richiamavano la forma di una chitarra dorata, in puro stile anni 80. Elle Fanning si è invece ispirata al suo shooting realizzato proprio insieme a Lagerfeld intitolato “Little black jacket book” del 2012.

Tutti gli ospiti hanno donato un grande tributo a quella che è stata la vita e la carriera di Lagerfeld, portando con loro anche ricordi personali dei loro incontri con lo stilista quando ancora era in vita.

Questa edizione del Met Gala ha dimostrato quanto il lascito artistico di Lagerfeld possa sopravvivere infinitamente nel tempo, attraverso il lavoro e le testimonianze di chi ha avuto il privilegio di conoscere da vicino questo titano della moda, elevando la sua eredità estetica ed il suo particolare estro creativo sopra a tutto, anche ai limiti della vita terrena.      

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In conversazione sulla moda sostenibile: Fashion Revolution week

Si è appena conclusa la Fashion Revolution Week, evento globale che si tiene ogni anno dal 22 al 29 aprile per promuovere la moda sostenibile ed etica in riscontro all’attuale emergenza climatica.  Su questa scia, lo scorso 6 e 7 Febbraio 2023, presso l’Accademia di Belle Arti di Catania, per il corso di Storia della moda e con la collaborazione del docente Vittorio Ugo Vicari, è stato organizzato il seminario “In Conversazione sulla Moda sostenibile” che ho voluto proporre e curare in quanto promotrice della moda sostenibile e di quelle realtà che lavorano a tal fine.

Cos’è la moda sostenibile? È stata la domanda di partenza del seminario con lo scopo di sensibilizzare gli studenti verso una maggiore consapevolezza dei sistemi di produzione, in quest’epoca in cui il tema della moda sostenibile emerge come un megatrend, considerato il crescente interesse dall’incidente nella fabbrica Rana Plaza.                                                                                                

Le conversazioni riguardanti la tematica in oggetto, sono state strutturate in due giorni attraverso il confronto con tre realtà attuali di moda sostenibile nel panorama italiano: Trama Plaza, Arvoltura Zine e Fashion Revolution Italia, con le quali ho il piacere di collaborare attivamente.

Ad aprire la conversazione come prima ospite è stata Erica Brunetti, co-fondatrice e project manager di Trama Plaza, collettivo che ha sede a Milano nel quartiere del Giambellino e opera attraverso “l’agenda” ovvero remind giornaliero sugli eventi di moda sostenibile, creando sempre più connessioni tra le realtà nazionali. Il collettivo ènato durante la pandemia e fondato con il progetto della Scuola dei Quartieri del comune di Milano con lo scopo di sensibilizzare giovani e adulti attraverso la formazione e l’informazione.

Come sostiene Erica Brunetti “La forza del collettivo sono le persone, coinvolgere tutti senza limiti geografici, un collettivo che parte da Canicattì e arriva a Bolzano”. Lo scopo è quello di sensibilizzare verso la conoscenza della tematica per prenderne consapevolezza attraverso esperienze condivise.

Perchè Trama Plaza? Dieci anni dal 24 aprile 2013 dopo il decollo di Trama Plaza. Trama come metafora di ricostruzione del tessuto e network di persone. Raccontare ad un pubblico che non è ancora informato non è semplice e Trama Plaza lo fa con uno spettacolo teatrale: Gira la Moda, un’opera performativa tra teatro e danza, che utilizza i linguaggi dell’arte per raccontare il sistema di moda e quali son le buone pratiche per coloro che stanno lavorando in una direzione più etica e consapevole. Tra i festival c’è anche Rivestimi, evento di moda sostenibile organizzato a palazzo Renzo a Bologna nel 2022.

Brandelli di Cristina Falsone

Nella seconda parte della prima giornata ho avuto modo di parlare in prima persona della mia esperienza e carriera, tra studi, esperienze professionali e collaborazioni. In quanto Fashion Designer specializzata in moda sostenibile, come progetto di tesi magistrale preso lo Iuav di Venezia, ho sviluppato “Brandelli”, progetto che poi ha fatto parte di ARTvism, mostra digitale di Fashion Revolution Italia e Fondazione Pistoletto. Il titolo “Brandelli” prende ispirazione da un articolo di Vogue del 1967 “Arrivano i giullari con i pullover fuori taglia ed i brandelli di maglia”.

L’idea nasce dalla riflessione sulla maglieria, per indagarne il tema del riuso e della lavorazione manuale, la pratica di lavorazione ai ferri, come risposta di attivismo al consumismo e del concetto del DIY “Do It Yourself”. Partendo dall’analisi dei designer contemporanei, con il fenomeno del guerrilla knitting e l’aspetto rivoluzionario della maglia, ho poi dato rilievo all’operazione di redesign di maglie second hand, ovvero azioni di riuso e montaggio con interventi manuali diretti e lavori di ritaglio, al fine di decontestualizzare sia le caratteristiche di prodotti finiti e sia le peculiarità̀ comunemente attribuite agli indumenti in maglia.

Documentando le mie esperienze dirette in questi progetti, ho raccontato come la maglieria sia una pratica che – ancora oggi – ha un’importante valenza sociale e culturale, trasmissibile anche attraverso il suo utilizzo nella progettazione della moda contemporanea.

Il secondo giorno è stato dedicato ad Arvoltura zine e Fashion Revolution Italia. Katia Turchi, ideatrice del progetto Arvoltura zine come progetto di tesi finale allo Iuav di Venezia, insieme a Juri Giamboi e Gaetano Intilla lavorano per lo sviluppo del progetto dal 2021. Editoriale indipendente Made inMarche, la cui zine si concentra sulla figura del Fashion Designer inteso come un agitatore culturale fondamentale per proporre cambiamenti concreti all’interno del sistema moda. Ribellione, attivismo e agitazione sono le parole chiave con l’obbiettivo di creare una mappatura degli immaginari rivoluzionari e sostenibili del Made in Italy, costruendo il futuro necessario e possibile della moda.

Cosa significa Arvoltura? Arvoltura significa “rivoltura”, un fenomeno meteorologico in cui il mare da calmo diventa tempestoso. La mission è quella di creare una rete con talk, eventi, seminari e fieri. “Spesso la sostenibilità è poco appetibile, poco carismatica, piatta e spesso le generazioni che vogliono toccare questi temi si annoiano. Loro dicono che la sostenibilità deve essere ribelle, libera e creativa, deve essere punk! Non promuovere il brand, ma il progetto che sta dietro le pratiche sostenibili. C’è uno storytelling che sta alla base.” Leitmotiv: WE SHOULD ALL BE ACTIVIST!

Ultimo ospite di questo seminario è stato Giorgio Fermanelli attivista di Fashion Revolution Italia, il più grande movimento attivista per la moda, nato a Londra nel 2013. Attivo in oltre 100 paesi nel mondo, in Italia è presente dal 2014 con Marina Spadafora come coordinatrice di Fashion Revolution Italia e ambasciatrice di moda etica nel mondo. Attualmente attiva nella campagna “Good Clothes Fair Pay” per chiedere una legislazione sui salari dignitosi per le persone che confezionano i nostri vestiti.

Così, Fashion Revolution ha la funzione di ricercare ed istruire i lavoratori nel mondo della moda verso la sostenibilità non solo ambientale ma soprattutto sociale. Giorgio Fermanelli ha raccontato come la trasparenza e la tracciabilità della moda siano due aspetti fondamentali per iniziare un cambiamento, dice:

“Non esiste un business ed un prodotto completamente sostenibile ma possiamo arrivare verso una moda più responsabile dobbiamo prolungare la vita del nostro guardaroba e compiere delle scelte e degli acquisti responsabili, comprando soprattutto second hand ed interrogandoci sulla tracciabilità del brand che siamo pronti ad acquistare.”

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Yoshiyuki Miyamae: tessuto e innovazione alla Milano Design week ’23

Cina, inizi del II secolo d.C.. Il cittadino Cai Lun, presenta all’allora sovrano, l’imperatore Hedi, il primo prototipo di carta, prodotto con fibre di canapa e altri materiali di recupero grezzi. Successivamente, nel 610 d.C. la tecnica di produzione della carta giunse in Giappone. Da allora i suoi abitanti gli conferirono una grande importanza sia dal punto di vista creativo che religioso, cercando sempre nuovi modi per trasformarla e incorporare nel suo utilizzo quello che in molte culture orientali rappresenta un concetto dalla valenza quasi mistica, ovvero l’idea del mutamento, del cambiamento e della trasformazione della materia, fu così che nacque la tecnica degli origami, diffusi ancora oggi.

Quasi un millennio più tardi, nella primavera del 1999, sfila a Parigi un lunghissimo tessuto tubolare dal colore rosso fiammante, indossato contemporaneamente da più modelle creando quella che è a tutti gli effetti una catena umana. Si trattava di un’opera del designer giapponese Issey Miyake, che sfrutterà l’evento per lanciare “A-Poc” (A Piece of cloth), un tessuto piatto che diventa una forma solida se indossato, con l’ausilio del minimo apporto di tagli e cuciture.

Spostandoci ancora più avanti nel tempo, più precisamente nei giorni del fuori salone per la Milano Design week del 2023, tutti gli appassionati del settore possono godere della mostra con oggetto le creazioni di Yoshiyuki Miyamae, cresciuto all’interno della maison Issey Miyake e dal 2012 al 2019 erede del designer in veste di direttore creativo dell’azienda.

Entrato a far parte della “famiglia” Miyake nel 2001 e nominato nuovo stilista e direttore creativo della Primavera/Estate donna 2012 , Miyamae ha da sempre lavorato avvalendosi del principio alla base dell’arte dell’origami, ovvero l’aggiunta di una terza dimensione ad oggetti bidimensionali, attraverso una serie di piegature strategiche portando avanti quella che è a tutti gli effetti il retaggio artistico di Miyake.

Infatti a partire dagli anni Ottanta compì una vera e propria rivoluzione dei tessuti basata sul concetto di trasformazione delle materie tessili, attraverso innovazioni e prove di trasformazione caratterizzate in particolar modo dalla tecnica della plissettatura che conferisce al tessuto una presenza delicata ma al contempo indistruttibile, ed in questo senso Miyamae non fa eccezione.

Attraverso la mostra da lui curata infatti è possibile osservare come il designer tenga ancora vivo il concept del brand di appartenenza basando il suo operato sulla sperimentazione, sulla ricerca costante e su un perpetuo studio della forma e del volume dei tessuti che per decenni hanno caratterizzato la casa di moda giapponese. La mostra promuove inoltre il progetto A-POC ABLE, nuovo brand che ha debuttato in Giappone nel 2021 come evoluzione di A-POC. Esso si basa infatti sullo sviluppo di progetti ed oggetti non per forza d’abbigliamento ma anche di arredo, partendo da una stoffa la cui lavorazione viene progettata attraverso algoritmi digitali da un team di ingegneri (non a caso il suffisso ABLE presente all’interno del nome dell’iniziativa sta a indicare quella che è una possibilità di applicazione in continuo mutamento ed illimitata).

Non è di certo un caso che Myiamae abbia scelto il capoluogo lombardo (in un periodo al di fuori della fashion week), come sede per la sua mostra. Il designer si è detto più volte ispirato dalla culla del design rappresentata dalla città di Milano, sede inoltre di iniziative come il salone del mobile, occasione perfetta per presentare il progetto ad un pubblico di produttori italiani non necessariamente legati al mondo del fashion, con l’intento di stabilire partneship e collaborazioni, trasformando la mostra in una fucina di idee.

Per le creazioni in esposizione il team guidato da Miyamae ha inoltre collaborato con personalità molto in vista del panorama architettonico giapponese, in particolare con Tausuke Ohshima e Kai Suto, soci di Nature Architets, studio legato all’università di Tokyo.

Le opere proposte si basano sullo studio delle proprietà dei tessuti Steam strech. In particolare si espone il filato ad una temperatura elevata che ne causerà la contrazione, creando così un effetto rappresentante l’amalgamazione delle tecniche Pleats e A-POC, entrambe facenti parte da sempre dell’identità di Miyake.

A-POC: A Piece of cloth

A-POC ABLE

L’innovazione condivisa e l’unicità di queste due modalità costituiscono le principali caratteristiche dello Steam stretch, che utilizza appunto il calore (causato dall’emissione di vapore) per restringere il tessuto sia sulla trama che sull’ordito, disponendo così l’utilizzo di un tessuto elasticizzato attraverso il quale si arrivano poi a creare pieghe e forme di natura tridimensionale. Questo metodo risulta utile non solo per la creazione di oggetti ma racchiude in sé un potenziale illimitato anche per quanto riguarda la realizzazione di abiti.

Tra le opere esposte si palesano una giacca, un abito e diversi elementi di arredo come lampade (alcune anche di forma sferica). Questo assetto è volto a dimostrare quanto il progetto e l’ambito tessile possano essere onnipresenti e applicabili nella vita quotidiana, in un numero sempre più vasto di forme.

Ancor prima di portare le sue creazioni nel capoluogo lombardo, il concetto di trasformazione messo in atto da Miyamae risultava evidente nelle sue collezioni realizzate per Miyake. I progetti del designer sono infatti caratterizzati da silhouette geometriche adornate di colori brillanti e suggestivi, presenze quasi psichedeliche, che non mancano di rimanere fedeli ad una cura del tessuto con lavorazioni e fusioni di diversi materiali e volumi, in quella che risulta poi in passerella come una vera e propria ricchezza estetico-visiva sia per lo spettatore che per l’indossatore.

Nel 2021, il designer ha inoltre vinto il premio per l’innovazione ad Atene, per questo premio si è detto estremamente incoraggiato dal suo brand che gli ha costantemente infuso fiducia durante lo svolgimento del suo lavoro. Tuttora il designer si cimenta in grandi progetti di innovazione tecnologica in ambito tessile come la 3D STEAM TECNIQUE, verso la quale, nonostante le numerose difficoltà legate ai materiali di questa tecnica, si dice molto fiducioso.

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Il colore nella moda: oltre il genere

Moda e genere, due concetti indissolubili e imprescindibili per l’espressione personale, per l’identificazione di noi stessi nella società.

Oggi si vogliono abbattere le mura che limitano l’ espressione estetica del proprio Io e l’arte con la moda sono strumenti che hanno il compito di riflettere i cambiamenti culturali di un paese, di sostenere il rinnovo delle abitudini sociali.

Durante la storia sono esistiti esempi di rivoluzione nell’utilizzo di colori per l’uomo e per la donna e nel tempo questa distinzione è andata sempre più ad affievolirsi con la nascita di quello che si chiama “genere androgino”.

Il colore fa parte di quelli che possiamo definire “stimoli sensoriali”, in particolare quello della vista. Per retaggio culturale tendiamo a percepire il colore come un elemento che identifica il genere. Si parla di psicologia del colore dai tempi delle teorie Freudiane, insinuatesi poi nel mondo della moda negli anni ’20 attraverso studi sulla sessualità i quali portarono ad una netta separazione del genere maschile e femminile.

Quali sono i colori che da sempre identificano il genere?

Sicuramente il rosa, simbolo femminile ed il blu, simbolo maschile.

Ma la domanda di oggi è: esiste ancora questa distinzione del genere tramite il colore? Oppure i couturier di moda, coloro che si affacciano e aspirano all’arte tramite le loro creazioni vogliono sancire finalmente un salto di qualità del colore che vada oltre il genere.

Un esempio recente è stata la performance di moda di Pierpaolo Piccioli per Valentino, collezione autunno-inverno 2021.

In collaborazione con artisti contemporanei in quel di Venezia tra architettura, arte e moda, anche le fogge e la performance in sé va oltre la concezione dell’uomo e della donna, vedasi i mantelli, i color block contrastanti, lunghe sciarpe avvolgenti, mini bag a mano, lunghi guanti e l’alternarsi di modelle e modelli in un’unica passerella. Un cambio di tendenza considerando gli ultimi anni durante i quali si è vista una separazione netta e rigorosa tra uomo e donna.

Per quanto si puntasse sulla destrutturazione del capo, nelle sfilate si mantenevano comunque alcuni criteri standard sia per l’uomo e la donna, a partire dalle palette e nuance scelte. I colori scuri per l’uomo, verde militare, blu notte, boroeux, marrone, nero e beige.  

Sempre Pierpaolo Piccioli per Maison Valentino nella sua ultimissima sfilata a/w 23/24 ha portato in campo un accessorio del tutto maschile sul corpo femminile, giocando con il contrasto di colori come il nero, rosa cipria e l’immancabile rosso.

La cravatta, elemento tipicamente mascolino, afferma ancora di più la sua voglia di rimescolamento dei mondi, abbinandola a camicie velate o classic, mini dress e abiti lunghi. Una moda, quella di Piccioli che vuole farsi espressione di una nuova percezione, oltre il genere.