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Milano Fashion Week: Gucci “ancora” da scoprire

I fiori nascono per ricordarci quanto la pioggia sia necessaria, e sbocciano per dimostrarci l’importanza di concedersi del tempo ed essere pazienti.

Con questa analogia potremmo riassumere l’ultimo show di Gucci per la sua collezione Spring Summer 2024, presentata in occasione della Milano Fashion Week 2023 e curata da Sabato De Sarno.

La collezione s’intitola Ancora, e segna l’esordio ufficiale di De Sarno alla direzione creativa della maison Gucci, in successione di Alessandro Michele.

L’interno di un locale buio e tetro (ironia della sorte scelto proprio a causa delle condizioni atmosferiche del capoluogo lombardo in questi giorni) vede sfilare scarpe con zeppa, abiti sottoveste rifiniti in pizzo e capispalla in pelle con borse abbinate, pantaloncini sartoriali, tute corte eleganti e molto, molto rosso, da sempre colore iconico della maison. A completare la cornice il dettaglio brillante presente su numerosi capi appartenenti alla collezione che sembrano provenire direttamente dagli archivi della casa di moda.

Se vista nel complesso, la collezione presenta capi piuttosto basici, indossabili perfettamente nella quotidianità di tutti i giorni, ma nonostante questa considerazione, in essi risultano evidenti le impronte di leadership creativa che il novizio De Sarno ha lasciato nella maniera più pratica e funzionale, nonché gradevole da un punto di vista stilistico e visivo. Da quando Alessandro Michele ha annunciato la sua dipartita dalla carica di direttore creativo nel Novembre del 2022 infatti, le sfilate della casa di moda italiana non avevano convinto molto gli osservatori. Esse infatti, nonostante vi fosse lo sforzo da parte di Gucci di conquistare gli spettatori attraverso delle suggestive location, risultavano pregne dell’assenza di una guida, di un filo conduttore comune, e questo ha portato molti a definirle come gigantesche arrampicate sugli specchi, perpetrate in attesa di un salvatore che trasportasse l’azienda in una nuova era.

Ad oggi, l’attesa è stata ripagata. Si può affermare che De Sarno abbia svolto perfettamente il suo ruolo cambiando decisamente rotta dal regime precedente, caratterizzato da un perpetuo tocco di stravaganza ed esagerazione, quasi associabile al camp. Dal canto suo, il nuovo direttore creativo nella sua semplicità porta in scena abiti che colpiscono chi gli osserva anche senza l’ausilio di accessori eccentrici e/o silhouettes particolarmente voluminose, l’ambientazione stessa sembra comunicare l’intento dell’operato di risultare semplice ma comunque attento ai dettagli e al tempo stesso memorabile.

I cristalli presenti su gran parte dei capi proposti non rappresenta un tentativo di oscurare l’outfit di partenenza, ma bensì un piccolo dettaglio luminoso, gioioso ed effervescente facente parte di uno scenario più ampio, essi ricordano molto la rugiada sui fili d’erba del primo mattino, che implicano l’avvenire di un nuovo giorno, di un nuovo inizio.

La nostalgia dei tempi che furono forse non si è allontanata del tutto, ma quel che è certo è che un nuovo percorso è iniziato per il marchio fondato da Guccio Gucci, da sempre capace di stupire, affascinare ed infondere gioia e colore in chiunque lo indossi, senza mai mancare di eleganza e di ricchezza nei particolari.

Non ci resta dunque che aspettare allora la prossima sfilata per scoprire come Gucci e Sabato De Sarno saranno capaci di stupirci dopo averci già dimostrato che è sempre possibile rinascere, anche dalle piccole cose, ancora e ancora.  

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Armani rende tutte le donne indimenticabili.

Chiunque si sia mai avvicinato all’ambiente della moda avrà almeno una volta sentito il detto secondo cui “Armani veste le mogli e Versace veste le amanti”. Risulta strano pensare che quest’espressione, tratta da un’intervista rivolta ad Armani stesso e parafrasata da Anna Wintour nei primi anni 2000, scatenò nei confronti del designer non poche polemiche (la stessa Donatella Versace si professò molto offesa da queste affermazioni, considerandole non di classe e sgarbate).

Certo, si può concordare o meno sulla pertinenza dei toni usati, ma riflettendoci, fu un’affermazione del tutto erronea? Se poniamo a confronto i due titani del made in Italy, risulta lampante anche al più inesperto in materia la differenza della definizione che le due case di moda hanno conferito al concetto di donna e femminilità durante la loro storia.

Fin dagli albori del suo marchio, Gianni Versace ha presentato al pubblico una donna aggressiva, sensuale, libera da ogni costrizione che l’eleganza d’”elite” impone al gentil sesso, (alcuni lo considerano addirittura il precursore dell’era delle top model, colui che portava in passerella anche i personaggi, non solo i prodotti). Dal canto suo invece, Armani ha sempre sdoganato nelle sue creazioni una femminilità elegante, raffinata, attenta alla presenza e alle forme, quasi fastidiosamente perfetta. Ma la proposta del marchio di re Giorgio, è davvero solo questa?

Per rispondere a questa domanda, basterà osservare “la temp des roses”, la nuova collezione privè presentata dalla maison milanese alla couture week 2024, tenutasi a Parigi.

“Rose rosse per te” cantava Massimo Ranieri negli anni 70 e così sembra fare anche Armani, che rende vermiglia la capitale francese per presentare la sua collezione autunno/inverno 2024.

Le composizioni floreali sembrano essere un tema ricorrente sulle passerelle della couture week di quest’anno, e Armani non fa eccezione. Come già viene suggerito nel titolo infatti, le rose ed i fiori trovano spazio nella composizione attraverso il ricamo sugli abiti (alcuni sfacciatamente privi di spalline), che compiono tramite le indossatrici movimenti quasi ipnotici. Trasparenza è un altro concetto chiave dello show.

Tra le diverse alternative di design e materiali proposte dal re regna sovrana una flora variopinta ricamata su tessuti jacquard e chiffon, cristalli rossi su velluto nero, pailette colorate in una pioggia cremisi che richiama all’oriente (in particolare alla cultura nipponica, sempre cara al designer). Alla palette generale non poteva ovviamente mancare un tocco di grigio brillante, da sempre un lascito cromatico di Armani.

Le modelle compiono la loro traversata con un ritmo proprio di una danza, moderato ma deciso, impostato ma libero, in un susseguirsi di silhouette da serata elegante e sensuale, che si adatta rigorosamente ai corpi.

Il colore della passione si presenta poi in tutta la sua preponderante presenza con l’ultima modella che giunge sulla scena indossando un abito che ricorda molto quello di una sposa, che però non porta con sé il tipico candore e il nervosismo che la navata può suscitare, ma anzi si dirige verso “l’altare” con fare forte e agguerrito, una donna che seduce, ma senza mai perdere la consapevolezza di se stessa e del suo potere, della sua eleganza e dignità.

Portato in passerella non è quindi il classico concetto di romanticismo, ma bensì un’interpretazione vibrante ornata di grafiche eteree con accenni dorati.

La donna presentata da Armani non è semplicemente sexy, non è limitata ad uno sgarbato concetto di oggetto. Per Re Giorgio, la donna è paragonabile ad un fiore al cui la rugiada del mattino conferisce una luce ed una brillantezza unica, senza mai sfociare nella volgarità, ma portando con sé un alone di seduzione e mistero, che risultano essere senza dubbio le parole d’ordine in questo tour nel giardino segreto dei pensieri del designer leader indiscusso della moda made in Italy.

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Valentino S/S 2024. I sentimenti che fioriscono dalle radici

Ritornare alle origini è sempre un toccasana per la creatività. Chi lo sa bene è Pierpaolo Piccioli che ha aperto la prima sfilata della Milano Men fashion Week 2024 con uno show ambientato a Milano, dove nel 1985 era stata presentata la prima collezione uomo di Valentino Garavani. L’evento si è svolto nell’atmosfera quieta e rinascimentale del giardino dell’università degli studi di Milano durante una regolare giornata di lezioni, dove agli studenti è stato consentito di assistere allo show direttamente dal cortile dell’istituto, mentre ascoltavano una performance del rap indie d4vd.

Oltre che un evidente omaggio ai tempi che furono, la scelta della location da parte di Piccioli rappresenta un tentativo di avvicinamento della moda alle persone comuni nonché ad un’audience decisamente più giovane, tentando così di sradicare il concetto di moda come un qualcosa rivolto solo a pochi eletti.

I modelli, tutti ragazzi alti e slanciati, si presentano in passerella con degli abiti semplici e comuni, dall’estetica fresca e delicata ma dalle silhouettes decisamente solide e mascoline, non mancano ovviamente accenni di gender fluid rappresentati da gonne, tote bag dai colori sgargianti.

La palette della collezione passa da colori neutri (bianco, nero, grigio scuro), che rimandano ad un’atmosfera urbana, a fantasie floreali che sembrano alludere anch’esse alla location dove l’atmosfera della metropoli milanese si tinge di verde grazie alle piante presenti nel cortile dell’università. Ma non potevano dicerto mancare anche capi in tinta rosa shocking che già nel 2021 erano valse al direttore creativo il titolo di “ambasciatore ufficiale” del barbiecore.

La sfilata, intitolata “The narratives”, si impegna a sdoganare l’idea di potere, successo, definito unicamente all’interno del concetto di mascolinità. Piccioli stesso infatti ha affermato che forza e potere risiedono nella libertà di ognuno di poter esprimere anche le proprie fragilità e la propria sensibilità, a prescindere dal genere di appartenenza.  

Sugli abiti indossati dai modelli in passerella sono inoltre riportate citazioni del romanzo “A little life” di Hanya Yanigihara, opera d’ispirazione per il designer, pubblicata nel 2015 e ambientata in una New York sontuosa e piena di sogni e speranze, gira attorno l’importanza per i quattro protagonisti di essere se stessi.

Piccioli si serve dei temi messi in evidenza dal romanzo per porre in essere in un modello di uomo sensibile e non freddo e autoritario, dicendosi ispirato dalla vulnerabilità e dalla resilienza che anche gli uomini possono dimostrare.

Per dimostrare il suo impegno sostenere le giovani menti inoltre, Maison Valentino sponsorizzerà con delle donazioni all’università gli studenti dell’istituto milanese oltre che portare in collaborazione con spazio META (Iniziativa che promuove un servizio di recupero, vendita e noleggio di materiali provenienti da allestimenti e scenografie presso il capoluogo lombardo) delle iniziative di moda sostenibile.

Pierpaolo piccioli e il suo brand ci dimostrano ancora una volta che la moda non è solo sfarzosa ed esagerata, non è elitaria, non è snob, non è egoista, ma contiene in sé un altro aspetto, composto da arte, colori e umanità.

Perché alla fine, non è forse questo il compito della moda, contribuire allo sviluppo dell’identità e della voce di ogni essere umano?

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Junk: Armadi Pieni. Nascondere il marcio sotto la sabbia

A volte, solo un secondo. Sapeva che sarebbe stato sufficiente aprire gli occhi per tornare alla sbiadita realtà senza fantasia degli adulti. Guardate al senso; le sillabe si guarderanno da sé. “Che strana sensazione!” disse Alice

Lewis carroll, “Alice nel paese delle meraviglie

Cosa succederebbe se tutti aprissimo gli occhi? Se tutti “guardassimo al senso”? Queste sono le domande a cui “Junk: Armadi pieni” docu-serie firmata Sky e co- prodotta da Will Media, che documenta l’impatto ambientale e sociale del fast fashion, cerca di dare risposta.

Lo scopo del documentario è far luce quello che è a tutti gli effetti il lato oscuro della moda, che non produce solo bellezza estetica e personali forme di espressione ma anche orrore e miseria, e la trama della serie, costituita da un viaggio diviso in sei puntate, ne esplora diversi aspetti.

I primi due episodi, ambientati rispettivamente in Cile e in Ghana affrontano il tema dello scarto, mostrando deserti sotto i quali la sabbia si celano tonnellate e tonnellate di vestiti usati ricordandoci ancora una volta come sotto bellissime superfici si possano celare orribili verità.

La terza puntata, ambientata in Indonesia, documenta invece l’impatto ambientale della produzione di fibre artificiali, che a poco a poco sta annientando tutta quella che è la ricchezza biologica del paese.

In Bangladesh, dove è ambientata la quarta puntata, invece si compie una riflessione sul crollo dello stabilimento tessile di Rana Plaza, incidente che portò alla morte di oltre 1000 persone, compiendo anche una riflessione sul tema della sicurezza sul lavoro (ancora oggi tema molto discusso) mentre in India, quinta puntata, si documenta come le richieste sempre più alte di produzione da parte dell’occidente abbiano irrimediabilmente portato al quasi collasso dell’industria del cotone del paese. Entrambi gli episodi offrono inoltre importanti spunti di riflessioni sull’influenza del capitalismo occidentale nei paesi del terzo mondo.

L’ultimo capitolo, che chiude inevitabilmente il cerchio ritornando in Italia, più precisamente a Vicenza, nel Veneto, mostra invece i problemi legati l’uso del Pfas, sostanza presente in molti capi Idro-repellenti che nel corso degli anni ha prodotto molto danno ambientale nonché alla salute delle persone entrate a contatto con esso, mostrandoci così anche problemi di “casa nostra” paradossalmente più ignorati.

Voce narrante di questa “epopea del sostenibile” è Matteo Ward, imprenditore, divulgatore e attivista, nonché curatore della ricerca dei contenuti scientifici presentati nella serie. Ward si autodefinisce un “Pentito di moda”, ha lavorato a lungo per Abercrombie and Fitch ed ha deciso di fare della lotta allo spreco la sua ragione di vita, fondando anche il suo brand di moda sostenibile “Wrad” e dedicandosi a numerose iniziative per promuovere l’informazione sulla moda sostenibile, tra cui anche appunto, Junk.

Per tutto il documentario Ward sì dimostra molto intraprendente addentrandosi in ogni luogo utile alla ricerca e immedesimandosi nelle storie, talvolta volte di miseria disperazione, (“La vostra spazzatura per noi è oro” gli ha confessato una donna nel mercato d’abbigliamento usato del deserto di Atacama) dei suoi intervistati immedesimandosi con essi. Esempio lampante di questo si ha nell’episodio ambientato in Ghana, quando il conduttore chiede ad una donna locale di cantare per lui la canzone che spesso si trova a cantare per i suoi figli.

I forti sentimenti per la causa di Ward emergono particolarmente nell’episodio tre, dove si reca in Bangladesh per documentare l’impatto che l’incidente avvenuto dieci anni prima e le ingiustizie perpetrate dal sistema tessile del paese, uniti all’ipocrisia dei brand occidentali nei confronti dei fornitori hanno sulla popolazione locale.

Nel corso del documentario tuttavia Ward non mette solo in luce problemi ma anche soluzioni. Colpisce particolarmente l’epilogo del primo episodio raccogliendo dei vestiti sepolti nel deserto Cileno e rivestendoci un manichino per poi riportarlo al centro di Piazza Duomo di Milano, a casa. Sul manichino sarà affisso un QR code che darà a chiunque lo scannerizzerà dei consigli per iniziare a smaltire in maniera consapevole, per iniziare, come lui stesso afferma, ad essere “parte della soluzione”.

Da un punto di vista visivo il documentario è un vero e proprio pugno nello stomaco per lo spettatore ed alterna un ottimo lavoro di regia e fotografia ad un costante crescendo di disturbo e afflizione davanti ai quali è impossibile rimanere indifferenti. Si finisce inevitabilmente per soffrire davanti alle storie di tutte le persone coinvolte nel progetto.

La visione del documentario è consigliata soprattutto a tutti coloro che ignorano quello che è a tutti gli effetti un aspetto, letteralmente nascosto sotto la sabbia, dell’industria della moda, una branca del capitalismo che sta avvelenando il pianeta.

Puntata dopo puntata si mette sempre più in evidenza quanto l’essere umano tenda a sottovalutare le sue azioni e a maltrattare quella che è di fatto la sua casa, così Ward conclude la serie affermando:

Stiamo alzando la piramide ma rubando dalle fondamenta. Se davvero siamo gli esseri più intelligenti del pianeta, forse è l’ora di tornare alla base” ­

NEW YORK, NEW YORK - MAY 01: (EDITOR'S NOTE: This image was captured using a remote camera) Jeremy Pope attends The 2023 Met Gala Celebrating "Karl Lagerfeld: A Line Of Beauty" at The Metropolitan Museum of Art on May 01, 2023 in New York City. (Photo by Neilson Barnard/MG23/Getty Images for The Met Museum/Vogue)

Il tributo a Karl Lagerfeld sugli scalini del MET GALA 2023

Come tutti gli anni, il Metropolitan Museum di New York si è reso il palcoscenico dell’evento da molti definito “il Super Bowl della moda”. Istituito nel 1948 dalla pubblicista Eleanor Lambert come raccolta fondi per il Costume Institute di New York, il Met Gala riesce ogni anno a riunire l’estro creativo di tutti gli stilisti e le case di moda coinvolti nel portare sulla scalinata principale del museo outfit iconici e memorabili, indossati da personaggi molto noti del panorama statunitense e internazionale.

Jeremy Pope attends The 2023 Met Gala Celebrating “Karl Lagerfeld: A Line Of Beauty” at The Metropolitan Museum of Art on May 01, 2023 in New York City. (Photo by Neilson Barnard/MG23/Getty Images for The Met Museum/Vogue)

Il tema della serata varia ad ogni edizione ed il 2023 ha visto tutte le celebrities coinvolte palesarsi con i loro abiti in un tributo a quello che è stato un vero proprio genio della moda, chiedendo agli ospiti di vestirsi ispirandosi a quelle che sono state le creazioni del designer tedesco recentemente scomparso, il tema della serata prende il nome di “Karl Lagerfeld: A Line of beauty”. Va da sé che questo ha comportato una vastissima scelta d’ispirazione creativa per i vari brand coinvolti poiché egli, ricordiamolo, è stato un ufficiale della moda in maniera così poliedrica da includere nella sua carriera la fotografia, l’arte e la direzione creativa, concedendo un grande contributo all’industria in maniera molto versatile e camaleontica lasciando la sua impronta da Chanel, Sandy, Clò, Balmain e fondando persino la sua omonima etichetta.

L’inizio si è rivelato molto promettente, con l’attore e cantante Jeremy pope che ha solcato i gradini del Metropolitan Museum indossando un lungo mantello (ad opera di Balmain) con sopra il volto proprio del designer tedesco.

Il continuo della serata ha poi visto il susseguirsi di omaggi a quella che è stata l’essenza scenica del designer: cravattini, piume, mise di diverso taglio e silhouette rigorosamente in bianco è nero (da sempre colori simbolici dell’ex direttore creativo di Chanel) ma soprattutto tanto, tanto camp che si mescola ad eleganza e raffinatezza.

In una serata del genere non potevano di certo mancare i riferimenti a colei che è stata fino alla fine il “grande amore” di Lagerfeld, la sua gatta birmana bianca Chaupette, alla quale il designer ha affidato in eredità tutto il suo patrimonio. L’ereditiera felina è stata omaggiata – pur non essendo presente fisicamente – dalla cantante Doja Cat, con un abito scintillante firmato Oscar de la Renta ed adornata in volto da un muso felino, orecchie a punta e diadema, ad opera della make up artist Malina Stearns. Il frontman dei 50 Seconds to Mars Jared Leto si è invece presentato con un costume a forma di gatto, quasi come una mascotte.

Lil Nas X, dal canto suo decisamente il più estremo di tutti, si è palesato all’evento con presenza eterea e celestiale, con indosso un trucco argentato (che ha richiesto alla sua creatrice, Pat Mcgreth più di nove ore di lavoro) costituito da più di 200000 pietre Swarowski.

I completi indossati dagli ospiti maschili dell’evento hanno rappresentato il lato più “classic” ma elegante e chic di Lagerfeld, interpretando appieno quello che era il suo personaggio, alcuni anche copiando quelli che sono stati i suoi outfit più iconici da capo a piedi, con tanto di cravattino e guanti di pelle. Dall’attore nostrano Alessandro Borghi allo spagnolo Manu Rios, che presentavo raffinatissime creazioni sartoriali rispettivamente di Gucci e dell’omonimo brand di Lagerfeld ad Asap Rocky, che con un kilt ha omaggiato il look indossato dallo stilista durante l’inchino finale ad una sua sfilata nel 2004. Degno di nota anche il “wonder boy” di Balmain, Olivier Rousteing, che ha reso omaggio ad un’iconica tote bag disegnata da Naco Paris e sfoggiata da Karl Lagerfeld nel 2009, riportante la scritta «Karl Who?»

Le ospiti femminili hanno portato in scena i look più significativi della carriera del designer, come Nicole Kidman con un abito in tulle di seta rosa, ricamato con 250 piume e oltre 3000 cristalli e paillettes d’argento, replica dello stesso da lei indossato nel 2004 per una campagna pubblicitaria Chanel n. 5 diretta da Baz Luhrmann.

Glenn Close e il designer Erdem Moralıoğlu si sono rivolti agli archivi di Chanel per il luminoso abito celeste indossato dall’attrice, ispirandosi alla collezione Autunno/Inverno 1999 realizzata da Lagerfeld per la sopracitata casa di moda.

La cantante Dua Lipa ricrea invece il Tweed look a sua volta indossato da Claudia Schiffer per la Couture collection di Chanel del 1992. Adornata al collo da una collana di diamanti Tiffany & Co. Dal valore di oltre 100 carati. Sempre attraverso il consulto degli archivi di Chanel, Gisele Bündchen indossa un vestito a sirena a strisce glitterate bianche, sovrastato da una spumosa mantella di piume, un look indossato per un editoriale scattato da Lagerfeld per un numero del 2007 di Harper’s Bazaar Korea. 

L’attrice e regista americana Olivia Wilde assieme alla regista australiana-cinese, editor di Vogue China, Margaret Zhang si sono presentate alla cerimonia con abiti direttamente ispirati ad un design che Lagerfeld aveva ideato per la SS83 di Chloé. Anche se di colori diversi (bianco per la Wilde, e nero per la Zhang), i particolari di entrambi gli abiti richiamavano la forma di una chitarra dorata, in puro stile anni 80. Elle Fanning si è invece ispirata al suo shooting realizzato proprio insieme a Lagerfeld intitolato “Little black jacket book” del 2012.

Tutti gli ospiti hanno donato un grande tributo a quella che è stata la vita e la carriera di Lagerfeld, portando con loro anche ricordi personali dei loro incontri con lo stilista quando ancora era in vita.

Questa edizione del Met Gala ha dimostrato quanto il lascito artistico di Lagerfeld possa sopravvivere infinitamente nel tempo, attraverso il lavoro e le testimonianze di chi ha avuto il privilegio di conoscere da vicino questo titano della moda, elevando la sua eredità estetica ed il suo particolare estro creativo sopra a tutto, anche ai limiti della vita terrena.      

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Yoshiyuki Miyamae: tessuto e innovazione alla Milano Design week ’23

Cina, inizi del II secolo d.C.. Il cittadino Cai Lun, presenta all’allora sovrano, l’imperatore Hedi, il primo prototipo di carta, prodotto con fibre di canapa e altri materiali di recupero grezzi. Successivamente, nel 610 d.C. la tecnica di produzione della carta giunse in Giappone. Da allora i suoi abitanti gli conferirono una grande importanza sia dal punto di vista creativo che religioso, cercando sempre nuovi modi per trasformarla e incorporare nel suo utilizzo quello che in molte culture orientali rappresenta un concetto dalla valenza quasi mistica, ovvero l’idea del mutamento, del cambiamento e della trasformazione della materia, fu così che nacque la tecnica degli origami, diffusi ancora oggi.

Quasi un millennio più tardi, nella primavera del 1999, sfila a Parigi un lunghissimo tessuto tubolare dal colore rosso fiammante, indossato contemporaneamente da più modelle creando quella che è a tutti gli effetti una catena umana. Si trattava di un’opera del designer giapponese Issey Miyake, che sfrutterà l’evento per lanciare “A-Poc” (A Piece of cloth), un tessuto piatto che diventa una forma solida se indossato, con l’ausilio del minimo apporto di tagli e cuciture.

Spostandoci ancora più avanti nel tempo, più precisamente nei giorni del fuori salone per la Milano Design week del 2023, tutti gli appassionati del settore possono godere della mostra con oggetto le creazioni di Yoshiyuki Miyamae, cresciuto all’interno della maison Issey Miyake e dal 2012 al 2019 erede del designer in veste di direttore creativo dell’azienda.

Entrato a far parte della “famiglia” Miyake nel 2001 e nominato nuovo stilista e direttore creativo della Primavera/Estate donna 2012 , Miyamae ha da sempre lavorato avvalendosi del principio alla base dell’arte dell’origami, ovvero l’aggiunta di una terza dimensione ad oggetti bidimensionali, attraverso una serie di piegature strategiche portando avanti quella che è a tutti gli effetti il retaggio artistico di Miyake.

Infatti a partire dagli anni Ottanta compì una vera e propria rivoluzione dei tessuti basata sul concetto di trasformazione delle materie tessili, attraverso innovazioni e prove di trasformazione caratterizzate in particolar modo dalla tecnica della plissettatura che conferisce al tessuto una presenza delicata ma al contempo indistruttibile, ed in questo senso Miyamae non fa eccezione.

Attraverso la mostra da lui curata infatti è possibile osservare come il designer tenga ancora vivo il concept del brand di appartenenza basando il suo operato sulla sperimentazione, sulla ricerca costante e su un perpetuo studio della forma e del volume dei tessuti che per decenni hanno caratterizzato la casa di moda giapponese. La mostra promuove inoltre il progetto A-POC ABLE, nuovo brand che ha debuttato in Giappone nel 2021 come evoluzione di A-POC. Esso si basa infatti sullo sviluppo di progetti ed oggetti non per forza d’abbigliamento ma anche di arredo, partendo da una stoffa la cui lavorazione viene progettata attraverso algoritmi digitali da un team di ingegneri (non a caso il suffisso ABLE presente all’interno del nome dell’iniziativa sta a indicare quella che è una possibilità di applicazione in continuo mutamento ed illimitata).

Non è di certo un caso che Myiamae abbia scelto il capoluogo lombardo (in un periodo al di fuori della fashion week), come sede per la sua mostra. Il designer si è detto più volte ispirato dalla culla del design rappresentata dalla città di Milano, sede inoltre di iniziative come il salone del mobile, occasione perfetta per presentare il progetto ad un pubblico di produttori italiani non necessariamente legati al mondo del fashion, con l’intento di stabilire partneship e collaborazioni, trasformando la mostra in una fucina di idee.

Per le creazioni in esposizione il team guidato da Miyamae ha inoltre collaborato con personalità molto in vista del panorama architettonico giapponese, in particolare con Tausuke Ohshima e Kai Suto, soci di Nature Architets, studio legato all’università di Tokyo.

Le opere proposte si basano sullo studio delle proprietà dei tessuti Steam strech. In particolare si espone il filato ad una temperatura elevata che ne causerà la contrazione, creando così un effetto rappresentante l’amalgamazione delle tecniche Pleats e A-POC, entrambe facenti parte da sempre dell’identità di Miyake.

A-POC: A Piece of cloth

A-POC ABLE

L’innovazione condivisa e l’unicità di queste due modalità costituiscono le principali caratteristiche dello Steam stretch, che utilizza appunto il calore (causato dall’emissione di vapore) per restringere il tessuto sia sulla trama che sull’ordito, disponendo così l’utilizzo di un tessuto elasticizzato attraverso il quale si arrivano poi a creare pieghe e forme di natura tridimensionale. Questo metodo risulta utile non solo per la creazione di oggetti ma racchiude in sé un potenziale illimitato anche per quanto riguarda la realizzazione di abiti.

Tra le opere esposte si palesano una giacca, un abito e diversi elementi di arredo come lampade (alcune anche di forma sferica). Questo assetto è volto a dimostrare quanto il progetto e l’ambito tessile possano essere onnipresenti e applicabili nella vita quotidiana, in un numero sempre più vasto di forme.

Ancor prima di portare le sue creazioni nel capoluogo lombardo, il concetto di trasformazione messo in atto da Miyamae risultava evidente nelle sue collezioni realizzate per Miyake. I progetti del designer sono infatti caratterizzati da silhouette geometriche adornate di colori brillanti e suggestivi, presenze quasi psichedeliche, che non mancano di rimanere fedeli ad una cura del tessuto con lavorazioni e fusioni di diversi materiali e volumi, in quella che risulta poi in passerella come una vera e propria ricchezza estetico-visiva sia per lo spettatore che per l’indossatore.

Nel 2021, il designer ha inoltre vinto il premio per l’innovazione ad Atene, per questo premio si è detto estremamente incoraggiato dal suo brand che gli ha costantemente infuso fiducia durante lo svolgimento del suo lavoro. Tuttora il designer si cimenta in grandi progetti di innovazione tecnologica in ambito tessile come la 3D STEAM TECNIQUE, verso la quale, nonostante le numerose difficoltà legate ai materiali di questa tecnica, si dice molto fiducioso.