Era il 1906 quando a Parigi, capitale indiscussa della neonata haute couture, Paul Poiret (1879-1944) stava per dare avvio a un nuovo modo di concepire l’abito femminile. Definito da Christian Dior “il primo creatore di moda in senso moderno”, Poiret non fu soltanto uno stilista ante litteram, ma uno dei più vibranti interpreti della Belle Époque. Con la sua celebre Linea Vague (1906), liberò il corpo della donna dalla lunga tradizione del corsetto, inaugurando un nuovo rapporto tra abito e corpo. A distanza di 120 anni, il suo lavoro è dimostrazione di quanto la moda sia, oggi come allora, uno straordinario specchio del tempo.

All’alba del Ventesimo secolo le strade di Parigi – la Ville Lumière – erano illuminate dalla luce elettrica e la modernità irrompeva sempre più nella vita quotidiana. Il progresso avanzava rapidamente e il mondo sembrava trasformarsi sotto gli occhi di chi lo abitava. I cambiamenti investirono ogni ambito della società e, inevitabilmente, anche tutte le forme dell’espressività.

Nell’arte nacquero le prime avanguardie che, chiamate a confrontarsi con i nuovi temi del modernismo, iniziarono a sentire l’urgenza di superare i dettami della tradizione con una continua ricerca del nuovo. L’artista non voleva più rappresentare una realtà assoluta, ma una realtà filtrata dalla propria sensibilità, lasciando anche allo spettatore una possibilità interpretativa personale.

Qualcosa di simile accadde nella moda. A metà Ottocento nacque l’haute couture e, con essa, la figura del couturier: non più un sarto, ma un creatore capace di interpretare a proprio modo il sentimento del tempo compiendo un autentico atto creativo.

L’abito iniziò a essere firmato come un’opera d’arte e, il couturier, divenne autore di uno stile di vita oltre che di collezioni presentate, per la prima volta, stagionalmente. Le clienti potevano così scegliere da chi farsi vestire in base all’immagine di sé che volevano proiettare nel mondo.

Agli inizi di questo nuovo sistema – innovativo e moderno nel modo in cui si diffondeva – l’abito di moderno aveva ancora ben poco. Il corpo femminile restava imprigionato in quel corsetto che per secoli ne aveva alterato postura e forme per disciplinare un corpo ritenuto moralmente “corrotto”. La costrizione imposta aveva infatti più uno scopo morale e sociale che estetico: senza il busto, una donna veniva considerata depravata e lussuriosa.
Eppure, nel 1906, qualcosa stava per cambiare.

Poiret comprese che quell’immaginario strideva ormai con il mondo moderno e, soprattutto, non corrispondeva all’ideale estetico di femminilità che voleva materializzare attraverso il suo sentire creativo. I modelli proposti nella Linea Vague – ispirati allo stile Impero, all’Art Nouveau e a suggestioni orientali – abbandonarono busti e sottostrutture per lasciar scivolare morbidamente il tessuto sul corpo, come un’onda, a partire da un taglio posto sotto il seno.

Questi abiti a vita alta, lineari e sobri pur nella loro estrosità, non furono l’unica nota di novità. Anche la biancheria cambiò: reggiseni più confortevoli, giarrettiere leggere e calze color carne sostituirono le pesantezze intime del passato.

Da quel momento il corpo tornò ad esistere sotto il vestito e, insieme ad esso, la vita di chi lo abitava. Pelle e tessuto entrarono finalmente in contatto, instaurando così un rapporto più diretto e individuale. L’abito non impose più una forma identica per tutte, ma iniziò a mutare a seconda della persona che lo indossava, permettendo alla donna di far emergere la propria natura ed il suo nuovo modo di essere nel mondo. E così, l’abito moderno vide la luce.

La rivoluzione di Poiret dialogava profondamente con quanto stava accadendo nelle arti. Negli stessi anni Paul Cézanne metteva in crisi i princìpi della prospettiva rinascimentale, frammentando lo spazio e aprendo la strada alla relatività dello sguardo moderno. Come nelle sue tele non esisteva più un unico punto di vista assoluto, così negli abiti di Poiret non esisteva più una forma fissa e universale del corpo femminile.

E se Cézanne rompeva i canoni della pittura e Poiret quelli dell’abito, Isadora Duncan scardinava le regole della danza classica. Con le sue performance a piedi scalzi e i suoi movimenti liberi, nacque la danza moderna. I suoi balli liberavano il corpo dalle rigidità accademiche esattamente come Poiret liberava il corpo dalle costrizioni sartoriali. Non sorprende allora che la danzatrice si riconoscesse negli abiti del couturier francese e che, a sua volta, ne fosse una musa.

Il nuovo modo di vestire inaugurato da Poiret trovò presto nuovi interpreti. Primo fra tutti Mariano Fortuny con il suo celebre Delphos (1907): una tunica in seta plissettata che non imponeva una forma al corpo, ma lasciava che fosse il movimento stesso della persona a determinarne l’aspetto.

Attraverso la loro moda possiamo leggere il progressivo affermarsi di una nuova idea di corpo, più libero, dinamico e individuale. Parallelamente prese forma una diversa concezione della femminilità, proprio mentre le donne iniziavano a conquistare una presenza sempre più significativa nella sfera pubblica.