L’addio di Pierpaolo Piccioli e la nomina di Martine Rose aprono una domanda sul lusso contemporaneo: quanto tempo si concede a una visione creativa prima di giudicarla dai fatturati?
Alle 10:01 del 6 novembre, sulla griglia Instagram di Balenciaga ci sono ancora piumini, scarponi e neve. A uno swipe di distanza, il volto di Martine Rose è già una breaking news. La sera prima Kering ha annunciato la fine della collaborazione con Pierpaolo Piccioli. La mattina dopo, il nome della nuova direttrice creativa è ufficiale. Nella porzione visibile del feed della maison, intanto, la campagna continua a fare il suo mestiere.
Nella moda, tra un addio e una nomina c’è spesso un piccolo spettacolo a sé. Si fanno liste, si ripescano vecchie collaborazioni, si attribuisce un significato a un like. Il totonomi riempie il vuoto e tiene la maison al centro della conversazione. Stavolta qualche anticipazione c’era, ma tra i due comunicati è passata una notte. Il pubblico ha avuto appena il tempo di chiedersi che cosa sarebbe rimasto del Balenciaga di Piccioli prima di cominciare a immaginare quello di Rose.
«Un’eredità durata troppo poco», scrive Harper’s Bazaar Italia. Quel troppo merita attenzione. Da una prima collezione si può già intuire una direzione. Per capire se quella direzione può diventare il linguaggio di una maison, bisogna vedere che cosa succede quando le sue idee tornano, cambiano e passano da un capo da sfilata a uno che qualcuno comprerà e indosserà. Anche in atelier, tra il disegno e l’abito c’è la prova. Un volume che sulla carta sembrava risolto può chiedere un’altra tela appena incontra un corpo in movimento. Su scala diversa, una direzione creativa ha bisogno dello stesso margine per correggersi.
Nel suo saluto, Piccioli scrive che la couture richiede tempo e attenzione. Ringrazia le mani che hanno lavorato con lui. Simona Caggia misura quello stesso periodo in aerei, valigie, videochiamate e rientri nel fine settimana. Il suo «Bentornato a casa» restituisce la parte di quell’anno e mezzo che una cronologia di sfilate lascia fuori. Mentre la stampa si domanda se il tempo sia stato sufficiente, lei racconta quanto sia stato lungo viverlo a distanza.
In un gruppo del lusso, il fatturato pesa perché arriva con una scadenza, si confronta con quello dell’anno precedente e orienta decisioni su investimenti, produzione e negozi. Il talento si vede anche in cose che maturano più lentamente. Una silhouette diventa riconoscibile a forza di essere ripensata. Un atelier impara a tradurre un’intuizione in un metodo. Il pubblico può metterci più di una stagione a capire che cosa desidera di quel nuovo guardaroba. Quando i risultati commerciali diventano il criterio dominante, il rischio è giudicare una visione nel momento in cui sta ancora imparando a esprimersi. È una tensione che il caso Balenciaga rende visibile. Le ragioni specifiche dell’uscita di Piccioli restano fuori dai comunicati.
Martine Rose arriva con un percorso proprio e conosce già Balenciaga, dove ha lavorato al menswear durante la direzione di Demna. La velocità con cui abbiamo appreso il suo nome riguarda la successione. Il suo lavoro avrà bisogno di tempo per essere visto e discusso, come quello di chi l’ha preceduta.
Forse è questa la domanda che il totonomi, quando c’è, aiuta a rimandare. Sappiamo chiedere chi guiderà una maison prima ancora di chiederci per quante stagioni siamo disposti a seguirne il lavoro. Per annunciare un nome è bastata una notte. Per vedere che cosa farà di Balenciaga, bisognerà concederle anche il tempo della seconda prova.


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