“Si stava meglio quando si stava peggio” è una frase che spesso dice più del presente che del passato. Il trend di ritorno al 2016 sui social network che invita a postare foto e video di dieci anni fa sembra rispondere proprio ad una logica; un tempo riletto retrospettivamente come più leggero, più libero e meno pressante. Un ritorno all’archè che va in contrasto con un presente invece segnato da un flusso incessante di notizie emotivamente indigeste.
Il 2016 viene oggi ricordato come se fosse l’ultimo anno di libera innocenza ormai andata persa! Dieci anni caratterizzati da un’accelerazione costante e da un totale scollamento tra il tempo interiore dell’essere umano e quello artificiale imposto dalla tecnologia e dalla società contemporanea. L’accelerazione e la dilatazione del tempo fa si che questi dieci anni vengano percepiti molti di più in ogni ambito sociale, culturale ed artistico.
Eppure, nella stessa misura, sono troppo pochi, come un passato non ancora sedimentato, ma che sembra già sufficiente ad offrirci (o per lo meno a darci l’illusione di offrire) una tendenza nostalgica al “ritorno a noi stessi”.

Sui social, tra filtri rosati, contouring forse un po’ troppo marcati e skinny jeans, per molti il 2016 appare, più che come un semplice revival estetico, come una via di fuga verso un luogo e un tempo in cui potersi riconoscere con maggiore facilità.
Si parte della nostra identità – ciò che siamo – è infatti profondamente ancorata a ciò che siamo stati, e quindi alla memoria. Non una memoria intesa come mero deposito di ricordi, ma come uno spazio altro in cui il soggetto può ancora riconoscersi e, in certa misura, ricomporsi. La memoria che, come una bussola, ci orienta e ci restituisce un senso di direzione quando il presente non riesce più a farlo.


Un meccanismo analogo è rintracciabile nella moda contemporanea, nel suo costante ricorso agli archivi: spazi abitati da tempo e memoria, capaci di custodire ciò che la mente umana tende a lasciar andare.
Questo gesto non è un segno di mancanza, di inventiva e originalità da parte dei designer, indica piuttosto la necessità di tornare all’archè, alle origini, per ritrovare le fonti dell’identità di un brand e poterle esprimere, forse, con maggiore forza. In questo processo viene recuperato, citato e riletto il passato, le cui tracce diventano tracce per il futuro.
Allo stesso modo anche noi, attraverso un viaggio a ritroso in cui troviamo e condividiamo immagini e ricordi dai nostri archivi digitali, tentiamo di riaffermare – talvolta in chiave ironica – chi eravamo, chi siamo, chi vorremmo essere e la moda ci accompagna in questo viaggio nel tempo, tra passato presente e futuro.



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